Incontro con la Maraini a Salerno col suo “Corpo felice”

La scrittrice, che sarà in città per la presentazione del suo ultimo libro edito da Rizzoli, parla della forza della lingua e della letteratura, evoca i suoi riferimenti più alti (Deledda e Svevo) e racconta le identità distanti ma culturalmente omogenee dei suoi amici Moravia e Pasolini

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Un dialogo immaginario ed onirico, ma allo stesso tempo vivo e palpitante quello di una madre verso un figlio che non avrà mai la possibilità di conoscere. Il pensiero, l’emozione che si fa corpo, un corpo, come recita il titolo, “felice”, non piegato dalla triste vicenda di un aborto a sette mesi. Un libro che da una personale vicenda spazia in un connubio di riflessioni e considerazioni che rivelano il loro comune fulcro in uno dei temi più cari all’autrice: l’emancipazione della donna ed il suo continuo spendersi, civilmente ed intellettualmente, contro le ingiustizie. Il libro si intitola “Corpo felice. Storia di donne, rivoluzioni ed un figlio che se ne va” (Rizzoli, 2018) e l’autrice è Dacia Maraini. La celebre scrittrice siciliana, già Cavaliere di Gran Croce dell’ordine al merito della Repubblica italiana, già Premio Strega (per Buio) e Premio Mondello, lo presenterà stasera, lunedì 3 giugno, a Salerno, alle ore 19, presso Palazzo di Città in occasione di un incontro organizzato dall’Inner Wheel Salerno Carf e da Soroptimist Salerno in collaborazione con le Associazioni femminili Fidapa, Associazione in Movimento, 50e più, Circolo dei lettori. A portare i saluti del Comune di Salerno sarà il Sindaco Vincenzo Napoli mentre a conversare con l’autrice de “La lunga vita di Marianna Ucria” sarà la regista Giustina Laurenzi il cui documentario “Portrait” sulla vita e le opere della scrittrice aprirà la serata.

Dacia Maraini, il suo libro più recente, “Corpo felice”, è costituito da un dialogo tra la protagonista ed il figlio mai nato. Un’analisi, quella della psicologia femminile, che lei ha a lungo studiato ed approfondito. Se si volesse cercare di realizzare una sorta di “mappa” per ricostruire i “topoi “letterari in cui il suo acume di scrittrice si è concentrato, quali sue opere potremmo considerare e per quale aspetti principali?
Mi è difficile costruire una mappa dei miei topoi letterari. Io mi considero una testimone. Ai testimoni, mettiamo di un delitto, non si chiede cosa pensa del delitto in genere o del male ma cosa ha visto: i dettagli di un corpo che scappa, il colore di un vestito, di un cappello, la forma di un paio di scarpe. Sta poi ai lettori ricostruire una mappa.
Lei è considerata un classico ed un classico, come affermava Italo Calvino, “non ha ancora terminato quello che ha da dire”.  C’è qualcosa che lei non ha ancora esplorato nel campo della Letteratura? Quali sono stati i maestri di stile di Dacia Maraini? Quali le sue letture?
A casa mia c’era poco da scialare, siamo stati poverissimi per tanti anni nel dopoguerra. La sola ricchezza: i libri, che si erano accumulati da generazioni e che nessuna guerra era riuscita a spazzare via. Ho cominciato prestissimo e ho letto soprattutto i classici. Per fortuna non mi hanno tormentato coi libri per bambini, sono stati subito Conrad, Stevenson, Tolstoj, anche Collodi naturalmente ma io lo considero un grande scrittore per adulti. Ho cominciato a scrivere a tredici anni per il giornale della scuola e non ho mai smesso di leggere e scrivere. In quanto a quello che devo ancora scrivere, c’è un libro che mi aspetta da anni ed è quello sul campo di concentramento in Giappone, che finora ho rimandato e che prima di morire vorrei scrivere. Spero di farcela.
Dove sta andando la lingua italiana? L’ibridazione delle lingue straniere con la nostra lingua italiana non rischia di minarne l’identità? Torna in mente la tanto attuale dissertazione di Pasolini su “Sabaudia e la civiltà dei consumi” in cui lo scrittore ammoniva sul bieco consumismo che rischiava di distruggere ogni singola voce…
Se consideriamo la lingua dei tecnocrati, certo c’è da mettersi le mani nei capelli, tanto è intrisa di termini inglesi. Dato che le macchine parlano inglese, ci si riempie la bocca di termini anglosassoni. Ma è una forma di servilismo linguistico. Benissimo imparare l’inglese che è la lingua internazionale di comunicazione, ma l’italiano è l’italiano e non va bene imbastardirla come si sta facendo. Comunque, a parte i tecnocrati, direi che gli scrittori sono in genere consapevoli di questa contraddizione e stanno attenti alla lingua.
Torno ancora su Pasolini che, insieme ad Alberto Moravia, è stato uno dei auoi migliori amici, un autore ancora oggi studiato ma su cui ancora vi è molta (troppa) superficialità di critica e di giudizio letterario e civile.  Lei è un’intellettuale eclettica come lo era Pasolini: quale sua opera oggi, poetica, letteraria o cinematografica scandaglia a fondo la società? “Ragazzi di vita” in risposta ad una società eternamente oscillante tra atti di generosità, purezza d’animo e brutalità gratuita? “Trasumanar ed organizzar” per un ritratto della nostra società? “Salò” per la nuova mercificazione dei corpi?
Pasolini era innamorato del sottoproletariato romano che a lui appariva come innocente e splendido. E i suoi primi libri hanno risentito felicemente di questo amore che si esprime attraverso una furiosa mimesi linguistica. Ma poi scopre che il sottoproletariato si è fatto corrompere da quelli che lui considerava orribili valori della borghesia e da lì nasce la disperazione, il desiderio di una morte sacrificale, un senso rabbioso della profezia sociale. Un poco Cristo, un poco Von Masoch, Pasolini ha colpito l’immaginazione del grande pubblico. Moravia, più razionale e sobrio, ha detto e scritto più o meno le stesse cose, senza suscitare tanto scalpore. Rileggere ‘L’uomo come fine’ è molto istruttivo in questo senso. Forse per questo erano amici: avevano le stesse idee, ma mentre Pier Paolo le urlava graffiandosi a sangue, Alberto le raccontava con la calma gioiosa di un pensatore olimpico.
Sui suoi libri si è formata buona parte della classe intellettuale contemporanea.  La scrittura va sempre affinata con la lettura, “leggere molto e scrivere moltissimo”, scriveva Settembrini. C’è un’opera della nostra Letteratura sulla quale lei ritiene valga la pena soffermarsi maggiormente? Ricordo una sua brillante analisi sul “Pinocchio” come un’intelligibile metafora del valore dell’amore paterno…
Per me i due genitori della letteratura italiana moderna sono Italo Svevo e Grazia Deledda. Due scrittori che sono stati snobbati dalla critica del loro tempo, Svevo rivelato agli italiani da Joyce, e la Deledda dall’amore degli scrittori sardi e dai giudici del premio Nobel. Mentre il nostro paese delirava per D’Annunzio, i due scrittori meno fascisti del mondo continuavano a parlare di realtà provinciali e per questo furono poco apprezzati dalla critica, perfino quella più avanzata, anche se, a mio parere, stavano faticosamente costruendo, a modo loro, una coscienza letteraria europea.
La società di oggi sembra tornata ad una “teorizzazione” della razza  e di un nuovo razzismo, l’eterna paura dell’altro. Il razzismo può essere considerato, da una scrittrice che ha fatto del viaggio una propria costante, una degenerazione di chi perde la propria memoria identitaria sul piano storico?
Sinceramente non mi sembra che l’intera società italiana sia tornata al razzismo. Probabilmente un sentimento di sospetto e di rifiuto dell’altro da sé sta dentro a ognuno di noi, soprattutto quando non ha riflettuto sulle differenze, quando non ha fatto sue le parole bellissime di Cristo, che io da laica considero il più grande rivoluzionario della storia, ma finora taceva vergognandosi di questo sentimento. Ora si sente legittimato nell’esprimerlo e questo fa paura. Fra l’altro mentre negli anni venti e trenta molti scienziato hanno avallato il razzismo, oggi, con la scoperta del DNA, si sa per certo che le razze non esistono. Non esiste un DNA del popolo ebreo o dei Rom, o degli africani, eccetera. Apparteniamo tutti alla stessa razza umana, come già aveva detto Darwin, ma ora lo sappiamo con certezza. Eppure il razzismo, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra. Segno che si tratta di un sentimento umano che la cultura, la consapevolezza storica e il buon senso tengono sotto controllo. Ma il pessimo esempio di alcuni governanti lo stanno rendendo legittimo e questo è grave. Il razzismo porta alla guerra, è bene ripeterselo. Vogliamo davvero una terza guerra mondiale?