Irno, Agro e Piana: il welfare dei clan

Camorra post Covid: diversi episodi di aiuti ai nuovi poveri La chance della crisi per guadagnare altro consenso sociale

0
306

Dalla Valle dell’Irno all’Agro Nocerino-Sarnese, passando per la Piana del Sele. Il Covid trasforma la camorra in ente assistenziale, in aiuto ai nuovi poveri. Si basa su episodi riscontrati, l’ultimo allarme degli apparati investigativi. Ma non è certo spirito solidale: i clan investono in consenso sociale. Un asset essenziale, per ogni traffico illegale. «Emergono attenzioni della criminalità organizzata – spiega uno 007 – rispetto al pacco alimentare, al proselitismo criminale ottenuto con l’elargizione di doni e aiuti che la pubblica amministrazione non riesce a dare». Il canovaccio è noto: dove latitano le istituzioni, si insinuano le mafie. E lo fanno sempre organizzandosi come normali imprese. «Nella Piana del Sele il fenomeno c’è ma – precisa l’investigatore – è molto più sfumato. Tra Agro e Irno, invece, c’è gente che si è costituita per fare questo. E non aspettava altro. Segue le tracce già percorse, una lezione imparata fin dal terremoto del 1980». Tracce carsiche, segnate da un fiume di miliardi, ingoiati da clan e imprenditori collusi. Adesso, viceversa, siamo in una nuova dimensione. L’evoluzione è tutta da monitorare, ma la direzione è chiara. Non siamo ancora in presenza di reati accertati, a meno di non dimostrare la provenienza illecita, per le risorse del “welfare di camorra”. Ma seguendo l’odore dei soldi, gli scenari diventano imprevedibili. Anche se, va chiarito, le indagini patrimoniali durano anni, e sono molto complesse. Ma la preoccupazione degli analisti, al momento, è un’altra. «Il sisma del 1980 – osserva un esperto dell’anticamorra – non ha distrutto definitivamente l’occupazione, in quelli che erano gli aspetti commerciali, a differenza di questo virus, che ha inciso molto su tale settore. Ad oggi il commercio stenta a ripartire, ed il problema è il piccolo commerciante. Perchè quello grande, nelle sue riserve, riesce comunque a trovare il modo di uscirne. Il piccolo invece non ce la fa, perché è soffocato dagli affitti, agli aiuti promessi dallo Stato, che se pure sono arrivati, è avvenuto solo in minima parte». Nelle mire dei clan, c’è un’inedita fascia di disagio. Un segmento sociale impensabile, per estensione, solo pochi mesi fa. «Gente che dalla sera alla mattina – racconta una fonte investigativa – si è trovata in cassa integrazione, con la promessa di prendere il sussidio, e ad oggi lo Stato non ha provveduto». E il quadro si completa con una possibile faglia, nel già precario tessuto socioeconomico. «Per assurdo – rileva la fonte – viene pagato il reddito di cittadinanza e non viene pagata l’indennità a chi sta a casa per colpa del Covid. Si sono capovolte le cose: il povero ora può mangiare, chi prima portava lo stipendio a casa, oggi non può mettere il piatto a tavola. E qui subentrano le forme di welfare alternativo, ma dall’altra parte ci sono anche gli usurai».
L’assalto dei cravattari. Lo conferma l’ultima relazione semestrale della Dia, di pochi giorni fa: in provincia di Salerno «un peso importante nell’economia dei clan locali rivestono l’usura e l’esercizio abusivo del credito». Dunque, l’ombra degli strozzini è in agguato, in tempi di crisi ancor di più. L’allarme lo ha lanciato la Cgia Mestre, 9 giorni fa, con uno studio. Se in Italia ci sono quasi 240mila imprese a rischio usura, il 2,0% è della provincia di Salerno, sesta in Italia per numero complessivo. Sono 4.850, tra aziende e partite Iva salernitane, a presentare esposizioni bancarie deteriorate, secondo la definizione della normativa europea. Ovvero, risultano “schedate” come insolventi, presso la Centrale dei Rischi della Banca d’Italia. E tutte viaggiano, potenzialmente, verso l’abbraccio mortale dei cravattari. Questo perché la classificazione di insolvente, per legge, pregiudica l’accesso al prestito erogato da banche e società finanziarie. Un bel nodo gordiano, ostativo pure per le ultime misure agevolate, varate dal Governo col decreto Liquidità. I dati, aggiornati al 31 marzo scorso, arrivano dall’ufficio studi della Cgia di Mestre. Sono cifre raccolte in piena tempesta Covid, a lockdown sancito da nemmeno 30 giorni. E quindi, suscettibili di ulteriori aggravamenti.
Campania terza regione per imprese a rischio. Tra le regioni, la Campania è terza per numero di imprese a rischio. «Al 31 marzo di quest’anno – resoconta la Cgia-, il maggior numero di imprese affidate con sofferenze era localizzato al Sud. In totale erano 80.500, contro le 59.659 del Centro, le 57.325 del Nordovest e le 39.369 del Nordest. A livello regionale è la Lombardia a guidare la graduatoria con 36.024 imprese in sofferenza. Seguono il Lazio con 24.328 e la Campania con 21.762. A livello provinciale, invece, la situazione più critica si presenta a Roma con 18.041 imprese in difficoltà a restituire i prestiti contratti.
Seguono Milano con 13.240, Napoli con 11.004 e Torino con 8.328». L’Associazione Artigiani e Piccole Imprese coglie l’occasione per ricordare l’ingorgo fiscale. Dal 16 luglio, infatti, fino al 31 luglio «a seguito dello slittamento delle scadenze avvenuto nei mesi scorsi a causa del Covid, sono ben 246 le scadenze fiscali (Irpef, Irap, Ires, Iva, ritenute e contributi Inps) che le aziende saranno chiamate a rispettare». Di queste, il 93,5% riguarda versamenti. «Le scadenze fiscali – rammenta la Cgia – spesso sono l’“innesco” che attiva molte aziende a corto di liquidità a “contattare” o a essere “contattate” dalle organizzazioni criminali». I timori non sono campati in aria.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)