Un momento della presentazione di Salerno del libro di Onofri

“Il mare più bello è quello che non navigammo” scriveva Nazim Hikmet. Una massima che, per l’impostazione critico-letteraria che Massimo Onofri ha adoperato per la stesura del suo ultimo saggio, si incastra alla perfezione. Onofri, ordinario di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Sassari ed insigne critico militante, con la sua opera più recente, “Isolitudini. Atlante letterario delle isole e dei mari” (La nave di Teseo, 2019), compie uno straordinario viaggio immaginario e per certi versi anche reale visitando ed analizzando la bellezza fisica e puramente ed essenzialmente intellettuale delle isole presenti sulla crosta terreste.
Onofri, tra i maggiori critici letterari, con professionalità e con una meticolosa suddivisione di tematiche e di argomenti, suddivide questa sua ardimentosa ricerca in un grande atlante costituito di isole reali ed immaginarie, visitate e inesplorate. Ciò che Onofri giunge a compiere è una monografia in cui il punto di vista dello studioso, la cui autorevolezza è fondamentale per far sì che il lettore non si smarrisca nel “mare” letterario che si viene a costituire, man mano che il cammino prosegue ed il percorso letterario prende forma, si mette da parte. A parlare ed a condurre per mano il lettore-navigante sono le storie, gli scrittori, i poeti e gli artisti stessi che da Lord Byron a Cohen, da Melville ad Hemingway hanno donato un pensiero, un libro, un verso, una parte sostanziale della propria vita mutatasi in Letteratura a quell’isola stessa. Attraversando gli Oceani Atlantico, Pacifico ed Indiano, passando per i Mari del Sud e giungendo all’Egeo al Mediterraneo, Massimo Onofri racconta come anche autori della nostra Letteratura, da Pirandello a Vittorini o stranieri quali Defoe, Sebald o Melville, siano stati fortemente influenzati dal fascino esoterico, onirico ed esistenziale di un’Isola.
“Isolitudini”, opera che si è già imposta all’attenzione della critica letteraria ed accademica, suggerisce al lettore che il vero tempo non è quello misurato impietosamente dagli orologi, ma quello della “rosa dei venti, dal ciclo delle stagioni e dalle lunazioni”. Onofri ricerca quella “solitudine letteraria” in posti in cui paradossalmente, gli scrittori da lui scelti ed analizzati non la trovano mai essendo i loro personaggi avvolti in molte avventure come, ad esempio, molte opere della letteratura del Settecento che lo stesso Onofri preferisce.
Peregrinando per molti mari, “Isolitudini”, insieme con il suo autore, è giunto, lo scorso quattordici giungo, a Salerno presso la Libreria “imagine’s book” per una presentazione. A discutere con l’autore vi erano l’organizzatore (assieme a Nami Eventi) il giornalista Antonio Corbisiero, il docente universitario di Letteratura italiana Alberto Granese ed i giornalisti Paolo Romano, Aniello Palumbo e Stefano Pignataro. Letture di passi scelti a cura di Pina Ferro, momento musicale a cura di Valerio De Nardo.
Se il professore Granese ha sottolineato come il sentimento di sottofondo ricercato e perseguito dall’autore sia questo costante confronto tra il sogno e l’incubo, la luce ed il buio (non a caso, il viaggio di Onofri inizia nelle isole greche e si conclude nel Golfo di Napoli, quel Mediterraneo costituito da elementi luminosi ed un’inquietudine demo-dionisiaca), Stefano Pignataro, su questa scia, ha analizzato il rapporto demoniaco uomo-natura costante in alcuni scrittori come Melville e Stevenson. “Un atlante dell’irrequietezza umana per il viaggiare, un atlante per viaggiare ovunque, realmente o con la propria mente nella stanza”, è stata la lettura critica del giornalista Paolo Romano mentre l’autore, sollecitato dalla domanda di Nello Palumbo sul perché si scrive, ha risposto chiaramente ”scrivo perché ho qualcosa da raccontare”. La letteratura, dunque, come stimolo alla vita, la Letteratura come realtà come il cinema è realtà, come avrebbe asserito Godard.
“Isolitudini” nasce anche come risposta ad un periodo di infelicità dell’autore. Racconta Onofri che la stesura dell’opera nasce contemporaneamente alla fine del suo matrimonio. “Avevo più tempo per me, ero infelice”. Citando Soldati nel suo “Lettere da Capri”, “l’uomo ha bisogno di momenti di infelicità almeno pari al suo bisogno di felicità”. Sembra di risentire G.K. Chesterton ed il suo Padre Brown che, lungi da essere contrario all’allegria, criticava una sorta di allegria perpetua per lasciare il posto ad una sana tristezza malinconica capace di scavare le corde della propria condizione.