Cosa rende un film, piuttosto noioso e assolutamente banale, campione d’incassi? Il fatto che il film incarni “l’esprit du temps”, in maniera superficiale, ma basta davvero questo per gridare al miracolo, con annessi premi, basta raccontare la nostra epoca, solo, come un’epoca di violenza e di sfigati, facendo diventare la maschera, finta, di un clown il volto di ognuno, e usando tutto questo come grimaldello per alleggerire la coscienza collettiva?
Se ci fosse stata l’esigenza di prospettare altro, oltre questo, di certo “Joker” di Todd Phillips avrebbe avuto un senso e una necessità, ma alla Warner non serviva questo, piuttosto serviva rinfrescare e rilanciare un filone, che ha ampiamente attirato le platee cinematografiche di tutto il mondo, “umanizzando” il fumetto Joker.
La “Gotham City” di Todd Philipps non è  mai stata così vicina e distante come in questo “Joker”, il film sul clown triste di nome Arthur Fleck che diventa malefico per eccesso di tristezza più che di rabbia. Un Joker lontano anni luce dai precedenti Joker cinematografici, ma che grazie alla realissima e soporifera, più che mefistofelica, interpretazione di Joaquin Phoenix è assolutamente  contemporaneo, al punto da essere rassicurante per i milioni di spettatori che ne hanno decretando il successo, allo stesso modo della critica. Eppure, in questa esaltazione della nullità, non della banalità, esistenziale del protagonista c’è una distanza enorme dalla realtà, distanza che è anche cinematografica rispetto ai film cui fa il verso, e che hanno in Robert De Niro il contraltare, in carne e ossa, sullo schermo da superare.
Un’improba e difficilissima eredità per Joaquin Phoenix, malgrado i premi, soprattutto perché il film è scarno e mal scritto, e tutto si regge, esilmente, sulle sue spalle. Non basta perseguire la violenza come forma di riscatto, al punto da fare diventare un assassino “soggetto politico” per rendere giustizia alla realtà e al pubblico, pubblico che oggi ama riguardare i propri fallimenti esistenziali attraverso un personaggio negativo, e si è ormai convinto che la violenza emotiva, come risposta all’inettitudine del mondo, sia la chiave di volta per mandarlo a rotoli il mondo, anche attraverso un’improbabile quanto grottesca rivoluzione dei clown.
Se a Charles Bronson avessero assegnato un premio per i suoi film, nel mondo che fu ci sarebbe stata una rivolta, e lui stesso se ne sarebbe stupito. Eppure è Charles Bronson che si agira per le strade di Gotham City, un Charles Bronson medicalizzato, demachizzato, ridotto a pupazzo più che il Robert De Niro di “Taxi Drive” a cui Joaquin Phoenix viene paragonato e che gli fa da spalla in “Joker”. E invece Robert  De Niro si muove, ancora oggi, sulla scena in maniera pragmatica e veloce, come accadeva in “Taxi Driver”, al punto da polverizzare sullo schermo con la sua faccia, rifatta dal trucco, il clown Phoenix
Perché piace questo film?
Semplicemente perché racconta il delirio della finta vita che ognuno di noi crede di vivere, e lo fa in maniera così platealmente esemplare da essere uno specchio riflettente innocuo, diversamente non ci si annoierebbe, senza indignarsi, di fronte all’ennesima violenza e all’ennesima crisi isterica del clown Arthur Fleck.
Artur Fleck vuole e deve impazzire, da copione, perché nella vita ciò che vorrebbe fare non gli riesce, per le ragioni più varie e così uccide chiunque non lo ami, cosa che narcisisticamente tutti vorrebbero fare ma che è inapplicabile.
Non riuscire a dare a questo enorme disagio una chiave di lettura utile, come potrebbe essere fatto, indagando, meglio, il disagio crescente che la perdita di identità della mancata realizzazione di sé crea, e pure la pazzia, pazzia indotta dalla madre e dalla medicalizzazione assistita fin dell’infanzia del protagonista, rende il film vuoto. Perché tutto questo viene abortito e derubricato come accadimenti da subire, senza che venga restituito un senso e una poetica esistenziale che non  faccia arrivare all’omicidio a “sangue freddo” come unica possibilità  di senso e di civiltà.
In una società che ha fatto dell’infelicità la propria cifra stilistica, in maniera epidermica, e che l’infelicità persegue edonisticamente, questo film resterà accanto agli sfregi del tempo, ma per chi davvero soffre e combatte ,cercando un senso al di là della medicalizzazione del vivere, una triste emergenza soprattutto in America, poca resterà, se non la voglia di lasciarselo alle spalle il film, come accade con tutto ciò che vorrebbe metterci in ginocchio e che il giorno dopo si rivela essere solo un fuoco fatto.
Niente altro che questo.