La “bonafede” del cinico non muta l’acqua in vino

La traduzione spettacolarizzata di Battisti e l'attuale prassi di governo rilette attraverso la Sacra Scrittura di questa settimana

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Anche per i sovranisti di destra e di sinistra, vincolati a contratti di governo, esiste un codice di comportamento che presuppone soprattutto serietà. Campo, questo, nel quale due ministri della repubblica non hanno certamente brillato, trasformando la cattura di un delinquente in uno show. Sorridenti e in divisa, pronti a discorsi da inaugurazione di fiera, hanno fatto la loro comparsa mediatica in una circostanza che richiedeva discrezione e sobrietà, qualità di cui i due chiaramente difettano.

Salvini e Bonafede a Ciampino all’arrivo del terrorista Cesare Battisti

Salvini e Bonafede conoscono le disposizioni, e non si può pensare che abbiano dimenticato proprio quella per cui non è lecito mostrare un uomo in manette, a meno che essi credano di potersi porre al disopra della legge e della prassi, dimenticando che la politica è anche esempio, mai messinscena. Gli agenti di polizia si son visti costretti a contravvenire alla legge 492 del 1992. All’articolo 42-bis prescrive che nelle traduzioni i detenuti debbono essere protetti «dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità». Chi non rispetta questo dispositivo è soggetto a sanzioni disciplinari. Per i due ministri in questione probabilmente la migliore condanna è il Daspo mediatico fin quando non si convincono che lo Stato, da loro così miseramente rappresentato, amministra la giustizia e non persegue sentimenti di vendetta. Inoltre, bisognerebbe invitare Salvini a seguire un corso accelerato di lingua italiana perché dimostra una scarsa conoscenza del significato delle parole: far marcire in carcere un condannato, come egli ha auspicato, si pone agli antipodi dei principi della Costituzione. Un uso improprio di essa per fini di consenso determina pericolose tensioni e una criminale disgregazione sociale, un ossimoro per chi è titolare del ministero degli interni e una spina nel fianco per Giuseppe Conte, l’esperto di legge autoproclamatosi avvocato del popolo.

Le Nozze di Cana in un’opera del pittore cinquecentesco Jacopo Negretti

La vicenda rende attuale la riflessione sul passo del vangelo di questa domenica nel quale si presenta il vino nuovo del convito messianico. Quale il collegamento tra l’acqua mutata in vino, a Cana di Galilea duemila anni fa, col nostro quotidiano? Giovanni descrive questo “segno” invitando a riflettere sul significato. Molteplici sono le domande poste: che rapporto esiste tra pianto degli uomini e il banchetto di nozze di Gesù? Si possono asciugare le lacrime distribuendo il vino del Regno?
In Italia, da mesi vediamo all’opera il governo del cambiamento; esso si propone uno stile nuovo e, soprattutto, un programma nuovo. Ma nelle giare italiane, vuote di vino, cosa vi viene travasato da chi è preposto a riempirle? Vino nuovo o si tratta di semplice sostituzione con acqua, magari frizzante, ma sempre acqua? Il fatto di Cana propone come alternativa lo stile di Cristo, mai astratto, come capita a chi si dichiara disposto ad amare l’umanità ma ignora il naufrago che stende la mano in cerca di aiuto. Gesù non attende grandi scenari per operare, gli è sufficiente una casa modesta dove evita l’imbarazzo a due poveri sposi. Pochi si accorgono di quanto è avvenuto, ma gli sposi hanno riacquistato il sorriso e il banchetto è continuato. Cana è anche il “segno” della presenza di Maria nella nostra vita; col tatto gentile e concreto, caratteristico delle donne, Ella interviene dimostrando la potenza della sua intercessione che si fonda su una inesauribile fiducia nel Figlio. Il suo intuito femminile al dire unisce il fare. Perciò, riempiamo le anfore vuote per trasformare la nostra vita. Non aver vino simboleggia l’esperienza di chi si sente stanco, dubbioso e, quindi, non ha motivo per far festa; in questo contesto si impone l’impegno di noi cristiani, quello di offrire vino per la sete di felicità dei fratelli.