La Brexit e i doveri della sinistra europea

Il mondo non è certamente quello di ieri e cambiano i modi di produzione e accumulazione, i luoghi del lavoro e le tipologie, la consistenza della classe operaia e l’irruzione delle nuove tecnologie mediatiche, ma quel che non cambia è lo sfruttamento quale che sia il modello di organizzazione e reinvenzione dello sfruttamento capitalista

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Il risultato elettorale britannico porta con sé non pochi interrogativi che riguardano innanzitutto la specificità che assume la schiacciante vittoria del partito conservatore: si tratta della fisiologica alternanza che ha da sempre caratterizzato la storia britannica oppure, come appare probabile, di una scelta che ha fatto dell’antieuropeismo la sua principale proposta elettorale? Non a caso i sovranisti nostrani hanno già arruolato il partito di Johnson nel fronte antieuropeo. Dinanzi a queste ipotesi, non mi sembrano sufficientemente articolate e coraggiose l’analisi e la conseguenziale risposta che all’evento Brexit ormai alle porte stanno dando le diverse componenti europeiste: dal Parlamento Europeo al Consiglio dell’Unione, alla Commissione Europea. Sembra, almeno finora, che prevalga la tattica dell’attesa che il distacco avvenga col minor danno possibile così da non perdere la speranza che in futuro non si possa riaprire la prospettiva del rientro su nuove basi e nuove regole. Per quanto poi riguarda la disfatta del partito laburista, è subito scattata, come un riflesso pavloviano, l’aggiunta della sconfitta della sinistra inglese al lungo elenco di quelle spagnola, francese, italiana, tedesca. Addirittura qualche autorevole editorialista si è spinto a sostenere che il crollo delle roccaforti rosse nel nord dell’Inghilterra può suonare come un brutto presagio per il centro sinistra italiano che deve difendere la regione emiliana. Il che può anche avvenire, visto il prevalere del sovranismo razzista, e, tuttavia, Corbyn non ha perso solo perché il suo programma era troppo caratterizzato a sinistra, ma anche perché sulla Brexit ha detto poco o nulla, preferendo insistere su un programma elettorale radicale e mantenendo una ambiguità che ha favorito un avversario che, al contrario, ha gettato sul piatto della bilancia quasi solo il tema della Brexit. Una tattica analoga ha caratterizzato il successo del partito nazionale scozzese che ha vinto la stragrande maggioranza dei seggi sostenendo il Remain, cioè una scelta precisa e senza ambiguità. Quel che comunque appare chiaro e pericoloso per le sorti di una sinistra democratica in evidente affanno in Europa è il tentativo di fare del risultato elettorale inglese una sorta di faro capace di indicare la via della vittoria. E non è certo un caso che il presidente USA Trump abbia già dichiarato, congratulandosi con l’amico Boris, che il suo governo favorirà al massimo lo scambio commerciale, abbassando tasse e dazi. Ancora una volta la sinistra europea è chiamata a ritrovare il filo di un discorso che vada al di là degli schemi consunti e inutilizzabili del passato e si misuri invece, con analisi adeguate e coerenti con le trasformazioni di un presente sempre più marcato dalle differenze e dalle disuguaglianze che restano a segnare il mondo attuale, quale che siano le loro cause e le loro forme. Il mondo non è certamente quello di ieri e cambiano i modi di produzione e accumulazione, i luoghi del lavoro e le tipologie, la consistenza della classe operaia e l’irruzione delle nuove tecnologie mediatiche, ma quel che non cambia è lo sfruttamento quale che sia il modello di organizzazione e reinvenzione dello sfruttamento capitalista.