La Campania impari dalla bioeconomia

La riflessione: un approccio utile per trasformare il modo di vedere la città

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La disciplina urbanistica è giovane e complessa ma chiara nei suoi principi e nelle sue regole compositive e allora c’è da chiedersi: perché in Campania non si costruiscono gli standard minimi previsti dalle leggi? E perché i Comuni non adottano piani fatti bene? Le ragioni sono note e drammatiche: in Italia il ceto dirigente scelse di favorire l’avidità degli interessi privati stimolati dai soldi delle rendite fondiarie, mentre nel corso dei decenni, sotto i colpi della speculazione, la disciplina urbanistica lentamente sparisce per essere sostituita da dannosi piani edilizi caratterizzati da privilegi e rendite parassitarie. Solo in alcune Regioni italiane, con una cultura urbanistica più radicata nella tradizione europea, si è potuto contenere il danno di piani fatti male ma l’indirizzo generale è la privatizzazione dei processi urbanistici, cioè sfruttare i piani locali per creare profitti privati con scelte politiche, senza merito. Tutto ciò negli altri Paesi è considerato stupido poiché i processi di urbanizzazione sono un’occasione dello Stato per incassare tasse utili a costruire la città pubblica, con criteri fiscali ben studiati e progressivi, cioè criteri più equi e corretti che indirizzano le rendite differenziali verso l’interesse generale. Gli altri Paesi non hanno rinunciato all’esproprio e all’uso del diritto di superficie, anzi questo criterio molto noto e vecchio, è tutt’oggi utilizzato nei processi di rigenerazione urbana mentre in anni recenti si sono sviluppate anche tecniche di tassazione delle rendite differenziali generate dai processi di trasformazione urbana.
Il piano urbanistico, preferibilmente attraverso la perequazione diffusa e non quella di comparto, crea un valore economico (rendita) per chi investe ma viene tassato affinché quel contributo generato dal processo di trasformazione urbana costruisca l’interesse generale (standard e servizi pubblici) prefigurato nel piano stesso. Il principio di questa tassa è noto e antico: i valori economici sono creati dal nulla per mezzo di una scelta politica e non dal merito individuale, pertanto è logico che lo Stato incassi questo valore da redistribuire attraverso servizi sul territorio previsti dal piano (standard). In Italia, in generale, oltre alla rinuncia dell’uso del diritto di superficie che impedisce di incassare la rendita fondiaria, nei processi di urbanizzazione, i privati pagano gli oneri di costruzione/urbanizzazione (una tassa) mentre non esiste una tassa sulla rendita differenziale. La scelta politica italiana è nota: favorire la privatizzazione di un profitto parassitario togliendolo allo Stato attraverso la deregolamentazione del mercato edilizio rinunciando alla corretta pianificazione urbanistica.
Le istituzioni italiane, i cittadini e il ceto dirigente possono sempre imparare, maturare e applicare la corretta disciplina urbanistica per aggiustare gli errori del capitalismo, e quindi si possono adottare piani ben fatti per restituire diritti a tutti come indicano la Costituzione e i principi generali della legge urbanistica nazionale, entrambe rimaste inapplicate in molte aree del territorio italiano.
Ad esempio, la Regione Campania potrebbe approvare una corretta legislazione urbanistica imparando dalla storia e dall’approccio bioeconomico. La storia insegna quanto sia importante il ruolo pubblico nei processi di pianificazione, sia intervenendo con l’istituto dell’esproprio abbinato all’uso del diritto di superficie e sia proponendo aliquote progressive nei processi di rigenerazione urbana finalizzate a catturare adeguatamente le rendite differenziali create dalle scelte localizzative e dagli indici urbanistici. Inoltre all’interno degli stessi piani, nei Paesi normali sono previste quote di mercato per i ceti economicamente più deboli (mixité sociale) dentro le zone consolidate e non ai margini delle aree suburbane o addirittura rururbane, come spesso accade in Campania, e non solo in Campania. Infine, sarebbe saggio adottare l’approccio bioeconomico che trasforma il modo di vedere le città, non più come sistemi materialistici di mera accumulazione capitalista ma sistemi metabolici costituiti da flussi di energia e materia in ingresso e in uscita, per correggere gli errori del capitalismo ed eliminare gli sprechi. Questo approccio consente di stimolare la nascita di nuovi impieghi utili al territorio, dall’uso razionale dell’energia fino alla mobilità intelligente, dalla conoscenza scientifica delle risorse locali e il loro utilizzo, fino ai percorsi di autocoscienza dei luoghi per gli abitanti per scoprire e valorizzare il patrimonio storico e naturale (approccio territorialista).