È stato presentato nei giorni scorsi a Salerno, nel corso di una affollatissima manifestazione presso la Sala Bottiglieri della Provincia, il nuovo libro autobiografico della psicoanalista Maria Teresa Messina. Dell’opera, edita da Oèdipus, hanno parlato Alfonso Andria, Giuseppe Cacciatore e Salvatore Casillo. Qui di seguito la prefazione al volume di Andrea Manzi.  

Il problema dell’autobiografia è il confine. Se la vita entra tutta nelle parole, cosa resta fuori? Qual è il non detto (o non scritto) che rinvia a ricordi non ricordati, a eventi censurati dalla memoria? Quando pensava alla propria vita e alla necessità impellente di raccontarla, Carl Gustav Jung immaginava un rizoma, una pianta che vive ripiegata in un’esistenza nascosta, sotterranea, ma con articolazioni libere, impreviste. Un’associazione, questa, che spiega la difficoltà di far aderire alle parole i giorni vissuti: è come attingerli con disperata ostinazione da un giacimento profondo nel quale le visioni interiori sono avvinte inestricabilmente agli eventi, le facce alle anime e le favole personali ai labirinti delle verità taciute. C’è una strada, però, che può favorire il recupero dei vissuti. Essa compare, nella storia dell’autobiografia, agli inizi del secolo scorso, quando si afferma la cura dell’identità, dell’inconscio che si autorealizza e si racconta all’esterno per un’impellente spinta alla rappresentazione. La soggettività, a quel punto, ne trae giovamento, s’impregna di umori e odori smarriti, avverte il brivido della totalità e si percepisce intera come una goccia d’acqua che, al proprio interno, conserva e manifesta i segni potenti della creazione.
Maria Teresa Messina, psicoanalista di rara sensibilità e profonda cultura, in questi suoi magmatici sprazzi autobiografici riesce a raccontare, con puntualità rigorosa, proprio come accadde all’inquieto Jung di “Ricordi, sogni e riflessioni”, la sua totalità esistenziale con una naturale inclinazione ricostruttiva: i ricordi le fluiscono nella mente depurati di ogni nostalgia, tessere nitide di un mosaico nel quale sono riprodotti i colori, i profumi di eventi anche minimi che testimoniano il passare del tempo e la magia della sua irrealtà consolatoria, nuclei contigui che un aforisma di Montale, in esergo al primo capitolo di questo libro, riconduce alla pratica liberatoria e creatrice del racconto del Sé: «(…) Chi scava nel passato può comprendere che passato e futuro distano appena di un milionesimo di attimo tra loro». Sono particole di senso, quelle emerse dai ricordi di Maria Teresa Messina, eucaristie del ricordo sofferto e liberato, fissate da una scrittura di efficace ricchezza cromatica; è come se l’autrice, che è anche pittrice, nello scrivere della propria vita continuasse a dipingere, recuperando un’inclinazione manifesta sin dall’infanzia, allorché i luoghi del suo mondo si popolavano, in ogni istante, di mare, fiori, uccelli, sovrastati da quella gigantografia espressiva del volto paterno, archetipico segnale di orientamento e identificazione. Tutti elementi che chiedevano di essere narrati, temendo l’oblio che può ferire e svuotare le parole, cancellarle o occultarle nella zona grigia dell’indistinto, dell’indecifrabile, del non-detto. Talvolta la recherche di Maria Teresa Messina, bypassando sistematicamente il rischio della memorialistica e della fredda storicizzazione e manifestando stupori letterari maturati nell’avido confronto con la narrativa contemporanea, oggetto di irresistibili identificazioni sin dagli anni dell’adolescenza, indugia su particolari minuti, fragilissimi («un gesto, un suono un colore»), che assumono significazioni rivelatrici. È la ricerca del senso, che attraversa indenne la minuteria quotidiana e le contiguità affettive originarie e lascia intravedere quel pensiero critico che l’autrice indirizza «oltre la semplice relazione di funzioni, per cogliere quel quid che non affiora palesemente».
Dall’adolescenza affannosa – nella quale le molte dimore abitate e la ricerca delle prime risposte esistenziali convivevano con gli stratagemmi imbarazzati di una famiglia strutturata in una rituale dignità altoborghese – alla progressiva attrezzatura intellettuale con cui l’autrice si preparava a incontrare una contemporaneità avara di libertà, compare sempre in lei l’attitudine a farsi “storico del presente”, conquistando stadi di consapevolezza e di libertà. Siamo negli anni Trenta-Quaranta, nei quali le convulse fasi storiche si intrecciano con il dramma familiare della malattia paterna, vissuta con profonda partecipazione in uno scenario familiare tendente alla negazione o alla censura. I sentimenti si snodano su un terreno psicologico grumoso, alimentato dalle angosce e dalle attese, ma soprattutto dagli intollerabili silenzi da congiurati dei più grandi. Sono spazi di tempo sottesi da disagi antichi, che Maria Teresa Messina descrive con felice vena narrativa e poetica, facendo appello ai ricordi e chiedendo prestiti lirici a Rainer Maria Rilke e ai suoi angeli che, tra i vivi o tra i morti, sbalzano irrequieti e non sanno dove vanno. L’amore della libertà si rinnova in quei giorni amari, quando le uscite si diradano, le sirene che annunciano i bombardamenti si fanno insistenti («… La morte, allora, avrà il sapore di menta / il colore dei lillà dischiusi …») e la vita si svolge nella ricerca affannosa dei rifugi, tra Curteri e le montagne di Spiano, tra i corpi scheletrici e i colpi di tosse degli ospiti del sanatorio “Villa Maria”. Incombe la disperazione, mentre le atmosfere familiari gozzaniane e sdrucite diventano pallido sfondo domestico, lasciando la ribalta ai clamori frenetici della distruzione. È lì, però, in quel fremito sordo delle bombe e della contraerea, che la libertà costruisce le sue traiettorie future.

La copertina del libro di Maria Teresa Messina

Maria Teresa Messina dà spazio così alla sua ansia di conoscenza e di partecipazione, fatta di analisi della realtà, studio severo, confronto dei saperi, nella scia dei riferimenti saldi degli ambienti cattolici modernisti, collegati ad espressioni di rinascente cultura laico-liberale. Gli studi di Fisica, poi di Filosofia, la prima borsa di studio conquistata presso la Scuola Italiana dei servizi Sociali, le esperienze nelle borgate romane che ispirarono Pasolini, i primi contatti con la cultura dell’antipsichiatria di Franco Basaglia, l’esperienza lavorativa a Trapani, la vita “da emigrante” a Milano, le ricerche in Irpinia per l’individuazione di una possibile sintesi sociale collettiva, il ritorno a Salerno compongono una galleria di emozioni che, a riviverle, fanno ri-nascere nell’autrice «il desiderio della ripetizione». Sono cicli della vita, segnati più dagli incontri con donne e uomini dell’Italia liberata che dallo studio e dal lavoro, incontri che lasciano il segno nel vissuto rendendolo più ricco.
Costellazioni di indagini e domande di senso si inseguono in quegli anni fino a quando, anche grazie a un’amicizia profonda con Lucia Di Marino, nasce e si radica la scelta del PCI come adesione ad obiettivi che «coincidevano con i miei ideali di giustizia sociale, di libertà, di emancipazione femminile, di riscatto delle classe lavoratrici». D’altra parte, la situazione economico-politica, fino agli anni Settanta-Ottanta, reggeva grazie all’industria pubblica, che aveva determinato il consolidamento in tutto il Mezzogiorno di un proletariato industriale, che si rivelò l’unica forma di etica collettiva presente nel Sud dal dopoguerra al terremoto dell’80; un’etica in grado di tutelare gli ultimi e di riconoscere pari dignità alle donne. Fu questa l’area nella quale si consolidarono amicizie autenticamente solidali, che sostennero Maria Teresa Messina negli anni della partecipazione più coinvolgente alla vita politica e che esaltarono la sua natura curiosissima di donna «disforica, anarcoide, indipendente e vagabonda», come l’autrice ama definirsi.
È un cammino di libertà e di consapevolezza, il suo, senza soluzioni di continuità, dagli anni dell’Azione Cattolica all’Enaoi, alla Regione Campania, al Tribunale dei minorenni, all’Udi, all’impegno per il femminismo e a Spazio Donna, alla frenetica attività in favore delle popolazioni colpite dal sisma dell’Irpinia, al PCI, all’elezione al Consiglio provinciale, alla candidatura al Parlamento, all’Associazione Psicoanalitica Salernitana. Su tutto, però, s’impone l’amore per la “professione amata” di psicoanalista («accanto a tante persone ho sofferto e ho pianto. Ho incontrato nel loro mondo il mio mondo, le mie paure, le mie stesse debolezze»), attraverso la quale ci si avvicina, con stupore, a quei nuclei irriducibili della realtà rispetto alla quale ogni altra cosa diventa banale e frivola.
Lo sfondo di questa storia di verità, qual è la vita di Maria Teresa Messina, è Salerno, città dove spesso si sono imposte le forze della reazione, sottomettendosi rassegnate al potere, ma in cui sono cresciuti, negli anni, laboratori intellettuali ed etici in grado di proporre percorsi autenticamente democratici, senza mai cancellare la dignità umana degli antagonisti. È la città che si distende sotto la sua splendida terrazza di Palazzo Edilizia, dove il mare e il profilo dei monti le ricordano il tempo e gli affetti vissuti, ma anche le domande che, in attesa di risposte, salgono ancora verso di lei. Di questa colta e consapevole “città del ritorno”, intenta a difendere la Legge della parola e i suoi precetti non scritti ma avvertiti come imprescindibili bussole di navigazione contro sopraffazione e disuguaglianze, Maria Teresa Messina era ed è una delle più integre espressioni. Una porta spalancata sul futuro.