La coerenza del sì e la codardia del “nì”

La liturgia della parola di domenica 18 agosto induce a profonde riflessioni nel momento in cui nel nostro paese si impone la predisposizione al compromesso al ribasso, pratico rifiuto di vivere alla luce della verità per adagiarsi nello scetticismo del pensiero debole.

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Il messaggio della XX domenica “per annum” può sintetizzarsi in questi termini: l’uomo retto può determinare pericolose reazioni, ma con perseveranza continua a marciare verso la meta ultima rassicurato dalle parole di Gesù.
La fede non è il vestito domenicale indossato per andare a messa, anche se già i 45 minuti dedicati al Signore nel giorno della festa sarebbero un bel segno e una necessaria testimonianza. La fede è l’abito di ogni giorno, il criterio col quale giudicare le esperienze della vita. Il modo di porsi nei confronti di Dio diventa la discriminante anche nell’ambito di una stessa famiglia. È la cornice delineata nella prima lettura, che racconta una vicenda di persecuzione simile a tante storie dei nostri tempi: un uomo libero, Geremia, senza protezioni di amici potenti, dice al re la verità per cui è accusato di disfattismo e buttato ad affogare lentamente nel fango di una cisterna! Ha la colpa di non voler rinunziare a pensare con la propria testa; è reputato un insopportabile guastafeste, impegnato a denunciare disegni occulti vantaggiosi per pochi. Ma la Provvidenza opera sempre e nelle circostanze più strane; nel caso di Geremia grazie ad uno straniero fuori dei giochi di potere, che ha il coraggio di denunciare la trama dell’inganno.
Nel passo del Vangelo letto oggi Cristo constata che la sua venuta provoca dei conflitti. Il motivo? Perché proclama la presenza attiva dell’amore di Dio, annunzio che spaventa ciò che nell’uomo è egoismo, volontà di dominio. Cristo, pietra su cui costruire un futuro appagante, diviene inciampo e determina divisioni perché fa emergere il bene e il male nello spirito umano. Solo la fede aiuta a superare questa divisione che angoscia Gesù, il quale auspica la fine della violenza. È la premessa al suo discorso sui segni dei tempi e sulla nostra capacità di discernimento, compito precipuo dei cristiani di oggi, funzione profetica che può risultare scomoda, ma non eludibile se si vuole collaborare alla salvezza dell’umanità.
L’esperienza vissuta nella settimana appena trascorsa, che ha visto protagonista i politici, costituisce un significativo esempio di quanto la prospettiva evangelica del bene comune costituisca l’unica efficace cura alla deriva progressiva che sperimenta il paese. Nella lettera agli Ebrei si paragona la Parola ad una spada affilata, capace di penetrare non solo nel cuore di ogni uomo, ma anche nella comunità dove si vive. Dobbiamo constatare che anche il nostro paese è ammalato non solo di consumismo, ma è vittima di un virus ancora più subdolo: la predisposizione al compromesso al ribasso, pratico rifiuto di vivere alla luce della verità per adagiarsi nello scetticismo del pensiero debole. I nostri comportamenti quotidiani sovente sono una risposta non consapevole al convincimento che la verità non esiste, quindi ognuno può costruirsi la propria, unico lasciapassare per operare in una società scettica e priva di legge morale. E’ il quietismo dello spirito che Gesù condanna nel passo del vangelo di questa domenica. Egli non è venuto a portare il compromesso, non ha mai avallato la propensione a dare un colpo al cerchio e uno alla botte per servire due padroni. Negli impegni pubblici e nella esperienza privata occorre bandire questo non dire mai “sì” o “no”, il non lasciar capire cosa si pensa e quali sono i principi di riferimento. La furberia di voler andare d’accordo con tutti a scapito della verità e dell’amore autentico non paga anche in termini di relazioni umane. Gesù sollecita in noi l’atto di fede, che non è recita di formule, ma un continuo ascolto per essere pronti alla risposta e scegliere ciò che è veramente importante per noi.