La Consulta condanna Pagani al dissesto finanziario

Incostituzionale la norma a cui l'amministrazione della città dell'Agro aveva fatto ricorso per dilazionare il rientro dal disavanzo in trent'anni

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La scure del dissesto finanziario, alla vigilia delle elezioni amministrative, pende sul Comune di Pagani. Ieri la Corte Costituzionale –  con sentenza n.18, relatore Aldo Carosi – si è pronunciata su una questione sollevata dalla Corte dei conti della Campania sul piano di recupero del disavanzo dell’amministrazione cittadina. La Consulta ha stabilito che la disposizione che consente agli enti locali in predissesto di ricorrere all’indebitamento per gestire in disavanzo la spesa corrente per un trentennio è incostituzionale.
Nel comune dell’Agro, con una deliberazione della commissione straordinaria nel 2013, si era fatto ricorso alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale con un piano decennale di recupero del disavanzo, secondo quanto previsto dal Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali. Il piano era stato approvato dalla Corte dei Conti regionale. Successivamente, nel 2017, il Comune di Pagani – in applicazione della disposizione prevista dall’art.1 della della legge n.208/2015 e modificata dall’art.1 della legge n.232/2016 in materia di “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2017 e bilancio pluriennale per il triennio 2017-2019) – con una deliberazione del Consiglio comunale aveva rimodulato il piano, avvalendosi della facoltà di spalmare i debiti in trenta anni.
Ora, questa pronuncia: per i giudici della Consulta il provvedimento legislativo a cui ha fatto ricorso il comune di Pagani è incostituzionale.
La procedura di prevenzione dal dissesto degli enti locali – stabilisce la sentenza – è costituzionalmente legittima solo se supportata da un piano di rientro strutturale di breve periodo. «Il legislatore statale, sulla base dei principi del federalismo solidale, può destinare nuove risorse per risanare gli enti che amministrano le comunità più povere ma non può consentire agli enti, che presentano bilanci strutturalmente deficitari, di sopravvivere per decenni attraverso la leva dell’indebitamento» ha stabilito la Corte Costituzionale.
L’indebitamento – sostiene la Corte – deve essere riservato, in conformità all’articolo 119, sesto comma, della Costituzione, alle sole spese di investimento (cosiddetta regola aurea).
Con la richiesta di chiarimenti della Corte dei Conti della Campania, la Consulta per la prima volta è stata chiamata a pronunciarsi su una questione incidentale promossa da una sezione regionale della Corte dei conti in sede di controllo sulla corretta attuazione della procedura di predissesto degli enti locali.
La disposizione annullata è stata considerata in contrasto con gli articoli 81 e 97 della Costituzione per tre diversi motivi: violazione dell’equilibrio del bilancio, in relazione alla maggiore spesa corrente autorizzata nell’arco del trentennio; violazione dell’equità intergenerazionale, per aver caricato sui futuri amministrati gli oneri conseguenti ai prestiti contratti nel trentennio per alimentare la spesa corrente; violazione del principio di rappresentanza democratica, in quanto sottrae agli elettori e agli amministrati la possibilità di giudicare gli amministratori sulla base dei risultati raggiunti e delle risorse effettivamente impiegate nel corso del loro mandato.
«La regola aurea contenuta nell’articolo 119, sesto comma, della Costituzione dimostra – si legge nella sentenza – come l’indebitamento debba essere finalizzato e riservato unicamente agli investimenti in modo da determinare un tendenziale equilibrio tra la dimensione dei suoi costi e i benefici recati nel tempo alle collettività amministrate. Di fronte all’impossibilità di risanare strutturalmente l’ente in disavanzo, la procedura del predissesto non può essere procrastinata in modo irragionevole, dovendosi necessariamente porre una cesura con il passato».