La Costituzione azzerata dai sovran-populisti

Nessuna delle tre culture che ispirarono la Carta del 1948 è presente nell'esecutivo in carica: una situazione di potenziale pericolo per la tenuta della democrazia

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Molto provocatoriamente potremmo metterla così: cosa resta del patto costituzionale sottoscritto tra il 1946 e il 1948 dalle forze che avevano fatto la Resistenza, sconfitto il fascismo e cacciato l’invasore tedesco? La risposta è sconsolante: praticamente niente. A 71 anni dalla sua entrata in vigore, la Costituzione appare sempre più come un guscio vuoto. Un insieme di principi intangibili e scolpiti nel marmo, ma ignorati e travolti nella pratica quotidiana: si pensi al disumano atteggiamento assunto dal nostro governo davanti al dramma della SeaWatch e, in generale, in materia di immigrazione. Questo svuotamento non si è prodotto per caso, ma è piuttosto il risultato di un processo storico preciso. E’ un fatto difficilmente contestabile che nessuna delle tre grandi culture costituenti che hanno costruito la democrazia italiana sia rappresentata nell’attuale esecutivo. I cui tratti identitari principali vanno anzi rintracciati in un diffuso, pervicace, esplicito sentimento illiberale e in un netto, fermo, inequivocabile ripudio dei valori del solidarismo di matrice sia cattolica che socialista. E’ la prima volta che ciò accade nella storia repubblicana. Neanche i governi presieduti da Silvio Berlusconi, un outsider rispetto alla tradizione costituzionale, si erano spinti fino a questo punto: a parte il sempre sbandierato (anche se spessissimo tradito) riferimento alla “rivoluzione liberale”, essi hanno avuto al loro interno espressioni anche qualificate sia del cattolicesimo democratico, sia della storia riformista di un pezzo del socialismo italiano.

Ora, quando le dinamiche sociali e politiche fanno apparire anacronistici i valori su cui si fonda il patto di convivenza e di civiltà di un Paese, di solito si mette mano alla cornice in cui essi sono collocati. La Francia, per esempio, ha cambiato la Costituzione quattro volte. Oggi, per i nostri cugini d’oltr’Alpe, si parla correttamente di Quinta Repubblica. Noi cianciamo di seconda e terza assolutamente a sproposito. Siamo (fortunatamente) ancora dentro la Prima Repubblica. Piaccia o meno, l’unico che ha cercato di trascinarci nella Seconda è stato Renzi, con il suo progetto di riforma costituzionale che gli italiani hanno sonoramente bocciato con il referendum del 4 dicembre 2016. Né Salvini, né Di Maio, né i loro dante causa palesi e occulti (e il riferimento è esclusivamente per il secondo), forse perché consci dei loro limiti, si sono finora azzardati a ipotizzare interventi di ristrutturazione, o semplicemente “manutentivi” della Carta. La loro ignoranza e l’assenza di qualsiasi sensibilità istituzionale e politico-culturale in senso lato li porta ad aggirarla (quando non a calpestarla) con cadenza pressoché quotidiana, questo sì, ma nello stesso tempo li immunizza dalla tentazione di stravolgerla. Il vero equivoco italiano, allo stato delle cose, è rappresentato quindi dalla sostanziale estraneità culturale al patto costituzionale da parte della maggioranza che sostiene il governo in carica, che dunque è molto più debole di quello che appare. Non tanto sul piano politico, quanto su quello della legittimità formale del suo operato, dei provvedimenti che vota o vara. E’ molto probabile, per esempio, che la Consulta falcerà senza pietà alcune parti del decreto sicurezza, ed è abbastanza prevedibile che ciò si ripeterà altre volte nel prossimo futuro. E’auspicabile però che questo “commissariamento” latente della nostra democrazia duri il meno possibile, e che nel frattempo le forze che si ispirano ai valori fondanti della Costituzione riprendano nerbo e sostanza, ma soprattutto recuperino, ovviamente in forme e articolazioni diverse rispetto al passato, una presenza vigile e attiva nella società italiana.

P.S. Ieri sera mi sono ritrovato tra le mani “La carriera di un presidente”, il caustico pamphlet con cui, nel 1977, Camilla Cederna riuscì a causare le dimissioni dalla carica di Capo dello Stato di Giovanni Leone. Non l’avevo mai letto. Scorrere le prime 50 pagine – grondanti di un ferocissimo sentimento anticasta e antipolitico e di radicati e radicali pregiudizi antimeridionali che farebbero impallidire perfino Salvini – mi ha aiutato a trovare una (parziale) risposta a un interrogativo che mi perseguita. Questo: come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo? Forse, è il caso di seguire il consiglio che Rossana Rossanda diede dalle colonne del Manifesto a chi si chiedeva da dove venissero le Brigate Rosse. E’ sufficiente sfogliare l’album di famiglia.