La damnatio dei partiti

La ricerca sul Pci è carente perché si tende a rimuovere un'intera fase della storia repubblicana

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Il centenario della nascita del partito comunista ha effettivamente suscitato una notevole mole di materiali celebrativi (e de-celebrativi), a testimonianza del segno profondo lasciato nella vicenda politica e sociale del nostro paese. Tuttavia, come negare che gli interrogativi sollevati qualche giorno fa da Massimiliano Amato sul carattere e la qualità degli stessi abbiano un loro serio fondamento. Il tenore degli interventi è stato molto disomogeneo, andando dalle raccolte di articoli e di profili biografici, alle ricognizioni interpretative (alcune di ottima fattura), fino alle vendicative (e abbastanza inutili) riflessioni senili di Claudio Martelli. Ce n’è per tutti i gusti, tranne che per la ricerca storica propriamente detta.

D’altra parte, dopo la pubblicazione del volume di Giovanni Gozzini e di Renzo Martinelli nel 1998 (Storia del Partito comunista italiano. Dall’attentato a Togliatti all’VIII congresso), anche Einaudi ha nei fatti abbandonato la linea di ricerca inaugurata a suo tempo da Paolo Spriano, lasciando un vuoto solo in parte colmato dalle memorie dei protagonisti o da alcuni pur importantissimi approfondimenti biografici o dedicati a questioni comunque parziali, spesso con raccolte collettanee. È un disinteresse in larga parte provocato dai mutamenti geopolitici innescati dal crollo del muro di Berlino e dalle sue conseguenze nella dinamica del sistema politico italiano, aggravate peraltro dalle modalità davvero improvvide con le quali si andò allo scioglimento del PCI: non affrontando i limiti e le contraddizioni di una vicenda collettiva che, pur tuttavia e con grande scandalo di tanti, aveva dato uno straordinario contributo alla lotta antifascista e alla costruzione (oltre che alla difesa) della democrazia italiana. La scelta fu quella, invece, di agire in termini sommari, con un puro e semplice atto di rimozione che sgombrava i campo occupato dalle macerie (come si ebbe a dire), per edificare un nuovo inizio privo di fondamenta. La cosa di Occhetto ne fu il frutto, pretendendosi come l’innocente abbrivio di una nuova formazione politica priva di memorie e di colpe, orfana di qualsiasi riferimento perfino alla più generale storia del movimento operaio e socialista: «palafitte incorruttibili solidamente piantate nella palude melmosa», per usare le parole di Gramsci del 1918, delle quali probabilmente il magmatico Partito democratico ne rappresenta solo l’ineludibile esito.

Quella impostazione della svolta della Bolognina era solo in parte dovuta alla feroce polemica nei confronti del craxismo e della sua progettata annessione. Molto era imposto anche dalla tentazione di abbreviare i tempi della transizione, praticando scorciatoie piuttosto che affrontare strade esposte a critiche e confronti. Il risultato fu la genesi di una scatola vuota che tangentopoli riempiva di girotondi e di veleni giustizialisti, oltre che la derubricazione dell’indagine scientifica rivolta alla storia del partito; in una più generale sottovalutazione — va detto — dei temi storiografici nazionali e dei partiti in particolare. Una deriva che ha via via preso piede nella comunità accademica, a maggior ragione dopo la scellerata riforma Berlinguer (il 3+2): un vero e proprio spartiacque che ha contribuito a rompere molti argini, lasciando prevalere un’acritica importazione di modelli e tendenze, senza alcuno sforzo di contestualizzarne i caratteri o di difendere (e implementare) i riferimenti e i meccanismi connessi alla tradizione italiana. È davvero paradossale, apro e chiudo parantesi, che oggi si pontifichi sul liceo quadriennale, ancora una volta per mettersi in linea con i cicli di studio internazionali, quando la riforma Berlinguer (agitando gli stessi fantasmi) portava il ciclo superiore da quattro a cinque anni.

Quel che conta nell’economia del nostro ragionamento è soprattutto che quella scelta ha determinato un abbassamento complessivo degli standard della nostra formazione universitaria, aprendo la strada a un’idea della valutazione della produzione scientifica affidata ai contorti calcoli di inutili agenzie, oltre che a una burocratizzazione radicale del sistema universitario volto a restringere ogni discrezionalità di chi vi opera, spacciando il tutto per trasparenza ed efficienza. Un mito sconsiderato che ha affidato le carriere accademiche, con tutto ciò che ne consegue nella selezione degli obbiettivi di ricerca, a un pugno di riviste selezionate, vere e proprie satrapie del potere accademico (anche loro malgrado), svalutando monografie e indagini di lunga lena. Per amor di patria, evito di approfondire il ragionamento sulle modalità dell’Abilitazione scientifica nazionale, dove fino a qualche temo era perfino obbligatoria la presenza di un commissario straniero che, però, poteva anche non conoscere affatto l’italiano. In compenso, se volete avanzare la proposta di un PRIN (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale, finanziati dal ministero) è bene che vi attrezziate a farlo in inglese.

Sono considerazioni solo apparentemente distanti dal tema in discussione. Il nodo è quello di un contesto che, di per sé, si mostra da lunga pezza assai disinteressato alla storia dei partiti, considerati un vezzo provincialistico e fuori dal cono d’ombra degli interessi di ricerca più in voga, o meglio di una global history concepita in termini parossistici, quasi si dovessero scontare tutti i precedenti limiti delle prospettive regionali e nazionali.

Ovviamente, tutto ciò ha molto a che vedere anche con gli effetti sconvolgenti determinati dal collasso del nostro sistema dei partiti tra il 1989 e il 1994, con una riarticolazione degli stessi intorno a leadership forti (o presunte tali) e al sostanziale ritiro dei soggetti collettivi dalla società. Un de-radicamento della politica che ha lasciato il passo al partito personale, mentre le soggettività collettive si sono ritirate nel perimetro effimero e servile dei comitati elettorali, trasformando la partecipazione corale in un coro di spettatori. Una degenerazione parzialmente mimetizzata da meeting plaudenti, piattaforme informatiche plebiscitarie o inutili primarie del primo che passa.

Inevitabilmente, la storia del PCI (ma potremmo dire la stessa cosa per tutte le principali tradizioni politiche organizzate) rappresenta un corpo estraneo, una vicenda aliena e fastidiosa che richiamerebbe in questione i ruolo e la funzione della partecipazione collettiva, i temi delle masse e del potere (per citare Pietro Ingrao). Riprenderne lo studio, anche andando controcorrente (o addirittura sulle orme del gambero, come invita a fare il bellissimo libro di Walter Tocci), mi pare che sia una doverosa opportunità da perseguire. Per la ricerca scientifica e per un’idea della politica che non si riduca al banale teatrino di notabili, eletti e uomini della provvidenza. Per quello basta e avanzano un Bruno Vespa e i suoi ghost writer.

Da Il Quotidiano del Sud – edizione di Salerno