La Ddr de’ noantri, De Luca al comando della greppia dei suoi

0
971

Qualche anno fa, in uno stato di deliquio mistico davanti al plastico del Crescent e della piazza della Libertà, Vincenzo De Luca formulò l’auspicio che le sue ceneri trovassero definitivo ricetto al centro del (traballante) emiciclo su cui affaccia il mostro di cemento. Si vedrà. Nel frattempo – in attesa cioè dell’ora fatale – la collocazione più appropriata per il presidente pro tempore della Regione potrebbe essere uno di quei Musei che abbondano nei paesi dell’ex blocco sovietico, e che custodiscono le vestigia di ciò che sul finire della Guerra fredda si cominciò a definire, con espressione abbastanza discutibile, “socialismo reale”. La vicenda Scurati-Saviano-Speranza dimostra, infatti, che De Luca è uno degli ultimi reperti impazziti della Ddr piovuti disgraziatamente al di qua del Muro di Berlino. Il caso Ravello, alla fine, servirà a Scurati per scrivere un pamphlet di successo sulla libertà e l’autonomia della cultura, e a Saviano per ingrossare il proprio piagnucoloso martirologio. Più sportivamente, con ogni probabilità, la prenderà il povero Roberto Speranza, destinatario del secondo veto posto da De Luca perché – a quanto sembra – durante la fase più acuta dell’emergenza pandemica, più di una volta si sarebbe rifiutato perfino di rispondergli al telefono. Nulla invece cambierà in Campania, dove le fondazioni e i festival – come tutto ciò che viene finanziato dalla Regione – continueranno a essere una greppia per gli amici e gli amici degli amici. E qui siamo al punto Ddr. E’ completamente fuori strada chi continua a pensare che il modello che ha in testa De Luca sia legato al nomignolo, Pol Pot, che gli fu affibbiato (o si attribuì da solo, in uno dei frequenti momenti di autoesaltazione) ai tempi in cui era un oscuro funzionario del Pci di Salerno a ottocentomila lire al mese.

Il dittatore cambogiano non c’entra niente. C’entra l’ex repubblica democratica tedesca che, nell’epoca del breznevismo periclitante, rappresentò l’esempio più coriaceo di aderenza a un modello che, dagli anni Trenta e praticamente fino all’89, portò alle estreme conseguenze la pratica staliniana dell’assoggettamento totale della società civile – in ogni articolazione – al potere pubblico. Quelli che si sforzano di ammantare lo scempio campano e ancor prima lo scempio salernitano di raffinate analisi, parlano dell’attuale presidente della regione come del “ristrutturatore della potestà pubblica” in una terra percorsa da secoli da fremiti antistatalisti e tendenzialmente anarchica. Sarebbe anche vero, se non fosse per il fatto che la Ddr di De Luca è un sultanato basato sul clientelismo più spregiudicato e sul familismo arrembante. La sfera d’influenza del pubblico si è allargata a dismisura non per ampliare la partecipazione, ma paradossalmente per restringerla a un gruppo di potere composto esclusivamente da fedelissimi che gestiscono milioni di euro, privi a loro volta di autonomia giacché devono rendicontare al sultano. Non avendo i poteri di Honeker, e fortunatamente nemmeno la Stasi a disposizione, De Luca si accontenta di tappare la bocca a Saviano e a chiunque dissenta quando sta a casa sua. E’ l’esportazione dell’ultraventennale e collaudatissimo modello Salerno. Mirabile sintesi di tardobreznevismo e primitivismo tribale all’insegna, come ha scritto qualcuno, del “’o paese è d’o paesano”. Non è degno nemmeno dei vecchi forchettoni dorotei che combatteva – invidiandoli perché voleva essere come loro – quando possedeva una giacca sola, guadagnava ottocentomila lire al mese e non se lo filava nessuno. Pure quelli non amavano il dissenso, ma Saviano l’avrebbero neutralizzato con più classe.

(dal Quotidiano del Sud di Salerno in edicola oggi)