La decrescita italiana e l’agenda nascosta dei potenti a Davos

0
976

 

Il 31 gennaio l’ISTAT con il proprio comunicato stampa ha gelato il paese più del freddo invernale.

“Nel quarto trimestre del 2018 si stima che il prodotto interno lordo (Pil)…sia diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente…

La variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca e in quello dell’industria e di una sostanziale stabilità dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto positivo della componente estera netta.

Nel 2018 il Pil corretto per gli effetti di calendario è aumentato dello 0,8%…..La variazione acquisita per il 2019 è pari a -0,2%.”

Questi i passaggi più importanti, da cui nascono due considerazioni. La prima riguarda di chi è la colpa, quale governo è responsabile. In verità come si vede dal grafico in basso oggi si cresce zero ma prima si cresceva drammaticamente poco. Differenze marginali quindi che sono del tutto trascurabili.

Fonte: Il Sole XXIV Ore

La seconda concerne un meccanismo statistico che porta l’Istituto ad affermare che la variazione acquisita del PIL per il 2019 è negativa per lo 0,2 (l’anno prima era  +0,5). Questo sta a significare che se la variazione del PIL nei 4 trimestri del 2019 sarà nulla quello che ci portiamo dietro è il fardello del 2018, negativo appunto per 0,2. Dietro l’angolo vi è quindi la probabilità di una nuova manovra di bilancio per attuare un ulteriore sterzata ai saldi della nostra disastrata finanza pubblica.

Nel nostro Paese questo è il massimo del dibattito che possiamo meritare mentre  in altri punti del pianeta si formulano ed elaborano le prospettive e le strategie del futuro. La stampa internazionale ha dato ampio spazio al World Economic Forum di quest’anno. Evento planetario che si tiene nel piccolo ed esclusivo centro delle Alpi Svizzere, famoso anche per le temperature polari. Davos è un pò come il Festival di Sanremo da noi.

In sostanza, i grandi manager a Davos si sarebbero detti di voler decisamente sostituire il lavoro umano con le macchine, i robot. Niente di nuovo, in verità. Solo che non amano parlarne in pubblico. L’intelligenza artificiale sarà la vera svolta della 4a Rivoluzione industriale, la variabile chiave per resistere nella competizione globale.

Per correttezza politica di questo tema si parla poco, ufficialmente. Il linguaggio è molto attento e cortese. Si dice di voler liberare l’uomo dalla fatica del lavoro. In modo meno diretto, si parla di trasformare il modo in cui si fa industria, avviandolo verso la digitalizzazione di buona parte delle fasi di lavoro.

Uno studio del 2017 di Deloitte ha in effetti evidenziato che il 53 per cento delle compagnie interpellate ha già iniziato a usare le macchine per sostituire in modo massiccio il lavoro umano. Per i prossimi anni la percentuale dovrebbe salire al 72 per cento per coloro che realizzeranno la Robotic process automation (RPA). 

Per essere chiari, quando si citano le digital workforce il riferimento è ai robot.

Il trend potrebbe essere inarrestabile per gli elevati tassi di profitto connessi a queste trasformazioni. IBM e UBS stimano in centinaia di miliardi di dollari il valore di questa florida industria di passaggio al digitale. Secondo altre stime, il 40 per cento dei lavoratori potrebbe essere sostituto entro i prossimi 10 anni.

La situazione potrebbe non essere così drammatica sotto il profilo dei posti di lavoro che andranno persi. Si possono prevedere di corsi di riqualificazione per chi viene espulso dalla filiera produttiva, per essere reindirizzato ad altre occupazioni. Un processo quanto meno impegnativo e probabilmente mai affrontato nella storia economica del capitalismo.

Al di là delle inevitabili esagerazioni, il quadro ora delineato è preoccupante poichè i costi di questa trasformazione verrebbero accollati alla finanza pubblica. Non sarebbe certo l’industria a farsi carico di chi perde il proprio lavoro. Aumenterebbero a dismisura le già elevate diseguaglianze sociali. Le ricadute si farebbero sentire nell’alimentare sentimenti anti elitari e populisti. Il dilemma, non ancora risolto, è se la robotica porterà più prosperità per tutti o più ricchezza per pochi. E alla fine ci dovremmo anche chiedere a quali condizioni la robotica possa andare d’accordo con la democrazia.

Difficile dire quale componente finirà per prevalere nello scenario mondiale. Se il modello che sembra farsi carico, beninteso anche per tornaconto delle grandi imprese, delle condizioni di vita dei lavoratori, preoccupandosi del loro welfare. O quello dell’Agenda nascosta di Davos, secondo il quale i robot potranno presto iniziare a espellere lavoratori in misura massiccia.

Sono questioni di interesse per tutti. Dovremmo affrontarle anche nel nostro Paese, in ragione del declino industriale di cui si parla sempre più spesso e che ora tocchiamo con mano.

Sembra invece che manchi realmente la voglia e il tempo di discuterne.

Speriamo che, passata la fase degli annunci e delle promesse elettorali, ci si apra ad aspetti più di fondo, che riguardano lo sviluppo economico del nostro paese. Rimanere ancorati al reddito di cittadinanza e a quota 100 per le pensioni significa non mettere a fuoco le necessità di riconversione di molti settori produttivi e imboccare forse irreversibilmente la strada della decrescita che non potrà essere felice. Non possiamo escludere che la corsa globale a certe trasformazioni ci veda sempre più emarginati.