La falsa Città? Ho bruciato la mia copia

Ho patito molto la vicenda vile del quotidiano, quello che quest'anno avrebbe compiuto 23 anni, il più diffuso della nostra grandissima provincia che ha avuto il pregio e il coraggio raro di ascoltare, pubblicare ed ospitare, finché è stato reso possibile, le voci di chi aveva qualcosa da dire, anche controcorrente

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La suppurazione ha prodotto l’innalzamento della temperatura, il rossore e la pulsante reazione.
La nausea.
Ho visto in edicola un quotidiano di carta con la stessa testata ed il medesimo aspetto di un altro quotidiano ucciso di morte lenta e con crudele agonia, per ordine dei padroni e per mano di sicari assoldati appositamente per il buon nome della causa.
La resurrezione impossibile di ciò che non esiste più non è un miracolo.
Già, perché al di là del diritto e dei diritti, non c’è stata neppure la decenza di cambiargli l’abito della sepoltura presentando il redivivo quotidiano con il menzognero aspetto del predecessore, così per continuare a ingenerare confusione e affidamento, come tradurremmo in legalese, offendendo l’intelligenza dei lettori.
Come se non fosse accaduto niente.
Ho patito molto la vicenda vile della La Città quotidiano di Salerno e Provincia, quello che quest’anno avrebbe compiuto 23 anni, il più diffuso della grandissima provincia salernitana che ha avuto il pregio e il coraggio raro di ascoltare, pubblicare ed ospitare, finché è stato reso possibile, le voci di chi aveva qualcosa da dire, anche controcorrente.
Nella dilatazione della tensione, abbiamo assistito a spettacoli imbarazzanti indegni di un luogo civile e dello stato di diritto (Salerno, in questo, è davvero un’eccezione dolorosa): un silenzio diffuso della comunità che “conta”, rotto qui e là da qualche frase di circostanza, come una frettolosa elemosina; sedicenti politici che ignorando le vicende della città che dovrebbero rappresentare in Parlamento, anziché esaminare la realtà locale fingendo almeno di conoscerla, ascrivono la chiusura truffaldina del nostro giornale alla crisi dell’editoria.
La Crisi dell’editoria” (risate del pubblico).
È il mantello magico grazie al quale si cerca di coprire e rendere un mal comune la vicenda dei licenziamento dei giornalisti della Città di Salerno.
Perché sia possibile la malafede, occorre che la sincerità stessa sia in malafede”. La malafede, in senso più esistenziale che giuridico, è l’evidenza che salta agli occhi soppesando la serie di affermazioni senza alcun contraddittorio, provenienti dai padroni e costruite in modo che possono essere credute sia vere che false. Chi le pronuncia e le diffonde sa benissimo che vere non saranno mai.
La grottesca coincidenza con altri casi di minacciata o riuscita chiusura di una testata giornalistica ha fatto finire anche la speculazione economica sul nostro giornale sotto la falce della crisi che incide solo marginalmente in questa vicenda di vendita di professionisti, gara al ribasso e guerra tra poveri.
La brutta storia della Città è la cartina di tornasole della crisi delle libere professioni e del sacrificio immorale richiesto agli intellettuali, intesi non quali oziosi ripetitori ideologici ma come coloro che lavorando liberano, attraverso la loro opera, le energie che servono ancora a costruire la società.
Ancora una volta il mascheramento della autonomia decisionale, l’illusione del mercato, l’azzardo imprenditoriale hanno restituito solo l’incertezza del posto di lavoro; i fantasmi dei debiti hanno soffocato l’etica del lavoro prima riducendolo a sacrificio biblico e comune, salvo poi sbarazzarsi dei professionisti per intercettare il bisogno di altri lavoratori da assoldare in una sorta di cannibalismo professionale in cui chi viene pagato ancora meno riceve il premio della schiavitù.
Oggi, avrei potuto comprare origano da una vecchia venditrice all’angolo del Corso, prendere un caffè oppure diventare proprietaria della copia di quel giornale il cui nome ha il senso chiaro della menzogna.
Il giornale è si chi scrive ma il vero editore è il lettore.
Memore di questa lezione antica ho speso 1 euro e 20 centesimi per la falsa “Città” e senza neppure sfogliarla, a casa, ho bruciato la mia copia.