“La Fermata”, il teatro alla scoperta delle radici

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La compagnia teatrale “La Fermata” si pone come obiettivo diffondere la cultura sul territorio. Francesco Teselli e Gilda Ciccarelli condividono anche la direzione artistica dei laboratori di recitazione per il Centro Universitario Teatrale dell’Università del Sannio.

La compagnia teatrale “La Fermata” ha come motto: “La fermata è sul parquet della platea, il viaggio sulle tavole del palcoscenico”. Workshop, collaborazioni con istituti scolastici, laboratori di recitazione in giro per l’Irpinia. Il vostro territorio nella vostra attività teatrale diviene protagonista. La condivisione con la comunità è davvero la bussola del vostro viaggio?
Lo è nelle nostre intenzioni; lo è stata fin da subito – dice Francesco Teselli – Il nostro gruppo, individualmente, viene da anni di formazione ed esperienze. Poi un giorno abbiamo deciso di condividere lo stesso viaggio, partendo dal nostro territorio, dall’Irpinia. Perché l’Irpinia ha bisogno di voci, ha sempre avuto bisogno di voci, noi non facciamo altro che prestare la nostra voce alle difficoltà di un territorio tanto quanto alle sue sorprendenti genuine bellezze. Per fare questo è necessario muoversi dal territorio stesso, per fare rete, perché non è possibile andare lontano senza sapere da dove partiamo, anche se è fondamentale spostarsi e uscire fuori per far conoscere alle persone ciò che di bello c’è in Irpinia.
Tra i vari laboratori teatrali, significativo è quello nella Casa Circondariale Antimo Graziano di Avellino, suggellato da una replica de “I conti sbagliati”. Quali sono state l’emozioni e le riflessioni che vi hanno accompagnato nel corso di tale esperienza? Può il teatro essere uno strumento di riabilitazione alla vita sociale per i detenuti?
Per me e Gilda è stata, senza ombra di dubbio, l’esperienza più formativa della nostra carriera. Senza retorica. Siamo usciti da quel carcere con una nuova visione della vita, abbiamo intrecciato i nostri esercizi teatrali con le storie e la sofferenza di ragazzi colpevoli eppure spaventati, fragili, sfortunati. Ci hanno aspettato ogni martedì con entusiasmo e contagiosa partecipazione, si sono emozionati con noi sul palco. Nessuno diventerà attore fuori di lì, ma qualcuno forse ricorderà quegli strumenti che abbiamo cercato di fornire loro, per avere armi nuove da sfoderare nella vita tutti i giorni.
Il 6 febbraio al teatro Massimo di Benevento per il terzo saggio del CUT UniSannio curerai la regia de “Le Baccanti” di Euripide insieme a Gilda Ciccarelli. Quale sarà il vostro riadattamento di un caposaldo della drammaturgia greca? Quali elementi di quest’opera possono risultare ancora oggi attuali?
Innanzitutto, ringraziamo Generoso Uva e il CUT UniSannio per la grande occasione che ci offrono, ormai da più di un anno: per noi è un grande onore oltre che piacere immenso.
“Le Baccanti” di Euripide, nella nostra impostazione registica, riecheggia la poetica tipica del genere horror. Da segnalare la precisa volontà di dimostrare, con la recitazione di questa tragedia, l’assunto che il teatro non è finzione bensì verità. Quando la figlia di Cadmo si renderà conto, uscendo dalla condizione di delirio nella quale l’aveva indotta Dioniso, che il capo conficcato sul tirso non è quello di una leonessa – come crede – ma appartiene a suo figlio, l’urlo straziante di disperazione non sarà finto ma tutti gli attori in scena contribuiranno attraverso la cosiddetta “transizione emotiva”, vero e proprio training, alla costruzione del più credibile e coerente stato emotivo. Infine la scelta della musica, ricaduta sulla tribale africana, per richiamare quella culla dell’umanità, da cui tutti noi proveniamo, ricca di passioni pure e incontaminate che cercheremo di generare realmente e riprodurre in scena. Tutto gioca sulle nostre angosce più profonde, fino alla natura più primitiva delle nostre stesse passioni. Diverse le tematiche che strizzano l’occhio all’attualità. Una su tutte, il perno della storia: il rapporto tra ossessione e religione.