La finta di Cutolo: «Parlo, anzi no»

Nel 1994 il boss scelse il pm salernitano Greco per iniziare una collaborazione poi ritrattata

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La vicenda riportata di seguito è raccontata nel libro “L’altra trattativa. La vera storia del fallito accordo Stato-camorra”, edito da CentoAutori e pubblicato nel 2015. Nel volume, viene ricostruito il tentativo messo in campo nel 1994 dall’avvocato Saverio Senese, difensore del numero tre di Nuova Famiglia, Angelo Moccia, e dal vescovo di Acerra, monsignor Antonio Riboldi, di avviare una “trattativa” che potesse portare a una “resa” allo Stato dei vertici delle organizzazioni criminali campane dominanti in quel periodo, sul modello di quello che era accaduto durante gli anni di piombo con il terrorismo.


Sono una quindicina di verbali, vergati a mano con una penna stilografica dall’inchiostro verde, e sono custoditi in un armadio blindato, nell’archivio della Direzione Nazionale Antimafia a Roma. All’epoca della loro compilazione sono stati classificati come “conversazioni investigative”. Successivamente hanno assunto la denominazione di s.i.t., acronimo che nel linguaggio giudiziario sta per “sommarie informazioni testimoniali”. Utilizzate solo in minima parte. Pur essendo incandescente per l’epoca in cui è stato prodotto, e per quella immediatamente precedente, è rimasto materiale fondamentalmente inerte. Rappresentando solo la traccia scritta di un tentativo di collaborazione con la Giustizia che, se fosse andato avanti, avrebbe potuto portare ad una riscrittura radicale della storia della camorra moderna.
Tra l’inverno e la tarda primavera del 1994, parallelamente alla “trattativa” sulla dissociazione messa in piedi da monsignor Antonio Riboldi (che ha avuto per protagonisti il boss di Afragola Angelo Moccia e diversi esponenti del cartello di Nuova Famiglia) si è sviluppata un’altra iniziativa solo in piccola parte pubblica, per il resto molto riservata, anzi segreta, che, oltre a Raffaele Cutolo, già sepolto sotto una valanga di ergastoli, cui negli anni successivi se ne aggiungerà qualcun altro, ha visto protagonisti anche un esponente politico di primissimo piano in quel momento, e due magistrati anticamorra. L’esponente politico è Luciano Violante, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia uscente (il Parlamento è stato sciolto dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro il 16 gennaio 1994), mentre le due toghe anticamorra sono Franco Roberti, pubblico ministero della Procura distrettuale antimafia di Napoli, e Alfredo Greco, già coordinatore dell’antimafia salernitana.
Tutto comincia con un telegramma che, per il tramite dell’avvocato Alfonso Martucci, per un lungo periodo suo difensore di fiducia, Raffaele Cutolo ha fatto recapitare al presidente della Commissione di Palazzo San Macuto. Rivolto a Martucci, il boss di Ottaviano scrive: “Ringraziovi per visita fattomi et pregovi riferire on. Violante se est possibile desidero un colloquio privato con lui qui al Carinola. Con stima profonda R. Cutolo”. Dopo aver letto il telegramma di Cutolo, Violante ha aperto il dibattito per conoscere l’orientamento della commissione. Ferdinando Imposimato, membro di spicco di quell’organismo, si è subito detto favorevole. Ma il magistrato casertano e parlamentare del Partito democratico della sinistra, che nella guerra contro il crimine organizzato ha perso un fratello, Franco, sindacalista della Cgil, si è ritrovato in minoranza, respingendo al mittente la richiesta del capo della Nco. Cutolo ha chiesto di incontrare il presidente della Commissione Antimafia “qui al Carinola”. Il Carinola, è un carcere di massima sicurezza del casertano, dove Raffaele Cutolo, che dopo la lunga detenzione all’Asinara (5 anni: vi era stato spedito d’urgenza il 18 aprile dell’82 su intervento diretto del presidente della Repubblica Sandro Pertini), ha peregrinato per vari penitenziari italiani, sempre in regime di isolamento, è stato tradotto in tutta fretta all’inizio del 1994. E’ da lì, dal carcere casertano, che lancia segnali alle istituzioni, facendo intravedere la possibilità di un clamoroso pentimento.
La stagione da “collaboratore” del boss di Ottaviano è durata circa sei mesi: dalla fine di gennaio del 1994 a metà giugno di quell’anno. E, come buona parte delle vicende che lo hanno riguardato, anche questa si è aperta con un fatto per certi versi inaspettato e sorprendente e si è chiusa con un mistero, che ha contribuito ad alimentare ulteriormente il perverso alone leggendario che ha circondato in vita questo criminale cinico, spietato e senza scrupoli. Con il quale, probabilmente, a partire dalla scellerata trattativa per il rilascio di Cirillo, pezzi importanti della politica e delle istituzioni democratiche, deviando dai loro compiti, sono stati costretti a scendere a patti. Consegnandogli la chiave di segreti scottanti. Il fatto inaspettato e sorprendente è stato il modo con cui Raffaele Cutolo ha fatto conoscere ai magistrati la sua volontà di cominciare a collaborare. Non c’è stata nessuna toga che ha cercato di convincerlo a pentirsi, anzi è successo l’esatto contrario. Coerente con il suo personaggio fino in fondo, Cutolo si è scelto lui il giudice con cui iniziare a parlare. E ha puntato sul magistrato salernitano Alfredo Greco. I due si sono incrociati in diversi processi, a Salerno. In uno, in particolare, quello sull’eliminazione di uno dei sequestratori di Gaetano Casillo, un bambino di San Giuseppe Vesuviano rapito e poi rilasciato, Cutolo, alla sbarra come mandante , ha confessato in aula il crimine, impressionato dalla requisitoria del rappresentante della pubblica accusa, Alfredo Greco: “Mi avete convinto, sono stato io a ordinare l’omicidio ”.
All’inizio degli anni Novanta Raffaele Cutolo è un uomo piegato sotto il peso dei tanti anni di prigione, dalle molteplici tragedie familiari, dal crollo dell’”ideologia” della Nuova camorra organizzata, dalla quale hanno preso le distanze quasi tutti gli aderenti storici. Dai “santisti” (i vertici dell’organizzazione) agli “sgarristi” (i capi zona), fino all’esercito dei “fidelizzati” (i camorristi semplici) . Tra i cutoliani il pentitismo ha piano piano assunto le caratteristiche del fenomeno di massa. Un’abiura collettiva. Se i pentiti di Nuova Famiglia hanno deciso di passare dall’altra parte della barricata perché preoccupati per la sorte dei loro patrimoni, per i “collaboranti” della Nco si può a giusta ragione parlare di una vera e propria dissociazione di gruppo, sul modello di quanto avvenne nelle organizzazioni terroristiche degli anni Settanta. Il boss è rimasto solo con i suoi “fine pena mai”, ma anche con i tanti segreti che ancora custodisce. Sono quelli, come ha più volte detto, la sua “assicurazione sulla vita”. Tutto quello che potevano fargli, i nemici di “Nuova Famiglia” gliel’hanno fatto: si sono sostituiti a lui nel rapporto con i politici e in quello con gli imprenditori, gli hanno sterminato i fedelissimi, sono arrivati a decimargli la famiglia.
Il Cutolo che, tra la fine del 1993 e l’inizio del ’94 ha deciso di vuotare il sacco, è quindi un padrino che ha fiutato quale svolta “radicale” si agiti nell’aria. E il dibattito sulla “dissociazione”, la “trattativa” che il vescovo di Acerra monsignor Antonio Riboldi, ha cercato per mesi di portare avanti, non può non aver influito sulla sua decisione. Non meno di quanto è accaduto sul fronte avverso, con i pentimenti del numero uno (Alfieri) e del numero due (Galasso) di Nuova Famiglia, mentre il boss che veniva subito dopo di loro nella gerarchia della Cupola vesuviana, Angelo “Enzuccio” Moccia ha scelto una strada ancora più radicale. Né Alfieri, né Galasso vogliono che la camorra sia distrutta. O almeno, non si sono mai espressi in questi termini, quando hanno intrapreso la strada della collaborazione con la Giustizia. Nemmeno Cutolo, quando ha cominciato a collaborare, si è posto obiettivi tanto ambiziosi. Quando, nel carcere di Carinola, si è trovato di fronte per la prima volta il pubblico ministero Alfredo Greco, il quale non ha portato nient’altro con sé che la propria stilografica dall’inchiostro verde, il boss di Ottaviano ha semplicemente chiesto: “Da dove cominciamo?”. E il giudice salernitano, con un’invidiabile prontezza di riflessi, guardandolo fisso negli occhi, ha risposto: “Dalla prima comunione ”. E’ cominciato allora il racconto di “don” Raffaele, che nei primi colloqui con Greco non ha aggiunto gran che di nuovo a quanto già non dicessero le migliaia di atti d’indagine e processuali fino a quel momento prodotti a suo carico dalle due Procure antimafia campane. Della volontà di Cutolo di collaborare vengono informati il procuratore capo di Salerno, Ermano Addesso e quello di Napoli, Agostino Cordova, il quale distacca appositamente uno dei suoi migliori sostituti, Franco Roberti, in quel momento impegnato sul fronte delle indagini nate dalle rivelazioni di Galasso a cui si sono aggiunte da poco quelle di Carmine Alfieri. Come impone la procedura, Cordova e Addesso inviano una nota dettagliata al Procuratore nazionale antimafia, Bruno Siclari, al capo della Direzione Investigativa Antimafia, Gianni De Gennaro, al capo della Polizia, prefetto Vincenzo Parisi, al comandante del Ros dei Carabinieri, colonnello Mario Mori, al comandante generale dell’Arma, generale Luigi Federici. Mentre le “conversazioni investigative” tra Cutolo e i due magistrati antimafia vanno avanti, si mette in moto anche il complicato ingranaggio burocratico che dovrebbe portare il “professore” di Ottaviano a rientrare nella categoria dei “collaboratori di giustizia”.
Per la prima volta dal 1979, il fondatore della Nuova camorra organizzata ha intravisto la possibilità di uscire dal carcere. All’interno di una caserma dell’Esercito, a Salerno, lo Stato ha fatto attrezzare un appartamento, per Cutolo e la moglie: un “privilegio” riservato ad un collaboratore che lo Stato ritiene fondamentale. Un’operazione, quella dell’appartamento all’interno della caserma dell’Esercito, necessaria per rendere più comodo (e soprattutto meno esposto a rischi) il lavoro del giudice Greco. Sulle prime, Cutolo ha risposto a tutte le sollecitazioni. Come segno di buona volontà, ha fatto ritrovare anche una pistola murata anni prima in una cella di Poggioreale. E’ stato il “segnale forte” che il capo della Nco ha voluto dare agli inquirenti, facendo loro scrivere che la rivelazione della pistola “costituisce argomento per ritenere che le dichiarazioni rese da Cutolo in proposito siano dotate della veridicità e dell’affidabilità, non apparendo logico il contrario in presenza di una provata volontà di collaborare con la giustizia dimostrata da un personaggio come Cutolo, per anni in rigoroso silenzio ed impenetrabile omertà”.
Ad un certo punto, le rivelazioni del boss si sono incrociate con quelle che, nei due anni precedenti, ha fatto Pasquale Galasso. Sia Roberti che Greco hanno cercato di ricavare il massimo dal nuovo collaboratore su tre – quattro filoni principali: il sequestro Cirillo e la trattativa per il suo rilascio, i rapporti tra camorra e politica, le relazioni pericolose che una parte della magistratura campana ha avuto con i vertici delle organizzazioni criminali e, in ultimo, il ruolo avuto dai Servizi segreti in alcuni grandi misteri italiani. Quelli di Cutolo sono stati, racconterà anni dopo il giudice Alfredo Greco, “ragionamenti rigorosi, svolti da un vero boss della camorra che con serietà aveva premesso: io vi racconto la mia verità ma non intendo confondermi con il pentitismo di quanti vogliono qualche beneficio di legge e parlano anche di quello che non sanno. Ci sono verbali – aggiungerà Greco – che contengono dichiarazioni di devastante gravità ”. Man mano che le “conversazioni investigative” sono andate avanti, i magistrati hanno alzato sempre di più l’asticella. Finché è accaduto qualcosa. Qualcosa di imperscrutabile, su cui gli stessi magistrati non hanno potuto che fare supposizioni, non ancorate, oltrettutto, ad alcun riscontro concreto. Fatto sta, che ad un certo punto il meccanismo messo pazientemente in piedi dai due magistrati anticamorra, che si sono incontrati una ventina di volte con Cutolo nella saletta colloqui del carcere di Carinola, si è inceppato. In una dichiarazione rilasciata nel 2010, il giudice Franco Roberti, nel frattempo diventato Procuratore capo di Salerno, ha ipotizzato l’intervento di una “manina”. O di una “manona”. I Servizi, insomma. Sarebbero stati loro, secondo il giudice napoletano, a entrare a gamba tesa in quello che stava diventando a tutti gli effetti il “pentimento del secolo” . Bloccandolo.
E’ successo tutto in una notte. L’ha rievocata un ufficiale dell’Arma dei carabinieri che ha assistito in diretta agli avvenimenti. Si chiama Gaetano Viscardi, e all’epoca dei fatti era comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Salerno, incaricato di prelevare il boss per trasferirlo in una struttura “protetta”, dando così il via formale al “programma di protezione” che la legge prevede per i collaboratori di giustizia. “Una estenuante melina, quella notte, nel carcere di Carinola. Noi con il decreto di trasferimento del detenuto Cutolo Raffaele da eseguire con la massima celerità e segretezza, e dall’altra parte l’orologio con il tempo che correva tra spiegazioni, chiarimenti, intrecci di burocrazia e di telefonate. Incomprensibile, inafferrabile. Ricordo quei minuti, quelle ore, nel carcere di Carinola alla fine la notizia del diniego di Cutolo. Poi la telefonata che feci al pm Alfredo Greco invitandolo a raggiungermi subito a Carinola”, ha raccontato Viscardi . In quella notte che è sembrata non passare mai, c’è stato un gran trambusto, nel carcere di Carinola. Il giudice Greco parlerà di “strane presenze”. A dirigere il “traffico” di funzionari, poliziotti, dirigenti, la direttrice Laura Passaretti, e il fratello Antonio, per lunghi anni direttore del carcere casertano e poi promosso provveditore degli istituti penitenziari in Basilicata. Viscardi ha chiamato Greco appena ha capito che cominciava ad esserci qualcosa che non quadrava. E Greco, tirato giù dal letto nel cuore della notte, si è messo immediatamente in viaggio in direzione di Carinola, accompagnato dagli uomini della scorta che non lo mollavano mai. Sull’autostrada Salerno – Caserta, però, ha avuto l’impressione di essere seguito, da un’auto e da una moto. Ne ha parlato con il suo capo scorta, che ha ordinato all’autista di rallentare. Ci sono stati attimi di grande tensione, nell’auto blindata che trasportava il magistrato. I ragazzi della scorta hanno messo mano alle fondine, pronti ad affrontare qualsiasi evenienza. Ma per fortuna non è successo niente, a parte il fatto che la misteriosa moto con due uomini sul sellino e l’auto, con altre due persone, hanno seguito la vettura con il magistrato a bordo fino all’uscita di Capua dell’autostrada Salerno – Caserta, da dove si sono dileguate . Quando finalmente Greco ha messo piede nel carcere, Cutolo aveva già preso la sua decisione: “Le mie donne mi hanno sconsigliato di pentirmi” ha detto, chiedendo di essere riaccompagnato nella sua cella. Le sue donne sono la sorella Rosetta, che da quando lui è finito in carcere e Vincenzo Casillo al camposanto ha tenuto in mani le redini di quel ch’è rimasto dell’impero della Nco, e la moglie.
Intervistata dal quotidiano il Mattino dopo le sconvolgenti rivelazioni di Roberti a proposito del ruolo che i Servizi avrebbero avuto nel clamoroso dietro front di Cutolo, Immacolata Iacone darà questa versione dei fatti: “Mio marito non ha mai avuto realmente l’intenzione di pentirsi. Agli inizi degli anni Novanta, parlando di pentimento, volle dimostrare ai vertici dello Stato e a chi gestisce i pentiti che qualsiasi detenuto può inventarsi qualsiasi cosa pur di ottenere sconti di pena e soldi o addirittura la libertà in cambio di racconti spesso infondati ”. La Iacone ammetterà di aver chiesto al marito di non pentirsi, scrivendogli una lettera. “Ma mia cognata Rosetta – aggiunge – in questa cosa non c’entra proprio niente, non si è mai pronunciata”. Quanto alla pista dei Servizi segreti, la moglie di Cutolo sarà categorica: “Dopo quello che hanno fatto a mio marito, non si sarebbero mai potuti permettere di andare da Cutolo e dirgli di non pentirsi. E credo, anzi sono sicura, che Raffaele si sarebbe addirittura rifiutato di incontrare quella gente”.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città in edicola oggi)