La forza della fede

L'infinito si rivela nel piccolo; parla del Regno facendo riferimento a briciole, al pizzico di lievito, alla foglia di fico, al bambino. L'adesione a Dio non misura la quantità, ma sempre la qualità rispetto alla vita e ai suoi valori

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La violenza, sotto mille forme, esplode in tante parti del mondo. Anche noi come il profeta Abacuc ci lamentiamo: “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?” Ma Dio non interviene direttamente nelle vicende umane secondo il bisogno immediato, è un Dio superiore al tempo, segue e stimola per un buon uso della libertà, non misura le vicende col nostro metro temporale.
Questa domenica siamo invitati ad accompagnare Gesù a Gerusalemme per dimostrare, come Paolo ricorda a Timoteo, che non abbiamo ricevuto “uno spirito di timidezza, ma di forza, amore e saggezza” per esaltare la forza della fede pur percependosi servi inutili (Lc 17,5-10). Gli apostoli devono essere aiutati, con le loro sole forze non possono essere buoni discepoli, ne sono consapevoli e chiedono al Maestro, che aveva appena dichiarato di dover perdonare “fino a 70 volte 7” – una sorta di missione impossibile – “Accresci la nostra fede!”. Gesù fa capire che non tocca a Dio aggiungere fede, sempre libera risposta; li conforta ricordando che per ottenere risultati sorprendenti ne basta poca e porta l’esempio del granello di senape. L’infinito si rivela nel piccolo; parla del Regno facendo riferimento a briciole, al pizzico di lievito, alla foglia di fico, al bambino. Gesù propone qualcosa assurda secondo il nostro buonsenso: la fede può sradicare un gelso? Quale è l’utilità di un albero trapiantato in mare? È un paradosso, come tanti da Lui usati per suscitare meraviglia e consolidare l’attenzione. La fede non misura la quantità, ma sempre la qualità rispetto alla vita e ai suoi valori.
Pretendere di aver fede perché si praticano riti religiosi non è la sua prospettiva; è solo un surrogato. Essa richiede il totale affidamento alla volontà del Padre, apertura fiduciosa e responsabile alla parola di Dio per conformarvi la propria vita. Così si trova la risposta anche al dolore, ai mali e alle ingiustizie della vita, premessa per comprendere l’affermazione di Gesù sul servo senza diritti dì fronte al padrone. L’affermazione suscita qualche perplessità se non comprendiamo cosa egli ha voluto dire. Con riferimento al costume e alla mentalità del tempo, Egli utilizza il paragone per affermare che quanto realizziamo di buono e di utile proviene dalla fonte della bontà, che è Dio. Possiamo allora pretendere ricompense? Chi ha veramente fede si affida a Dio senza accampare pretese, si apre alla gioia per la misericordia che Cristo continua ad elargisce. Quindi siamo servi inutili non perché il servizio è tale, ma perché non cerchiamo il nostro utile. Del resto, servo è il nome che Gesù ha scelto per sé stesso ritenendo che sia l’unico modo per dare inizio a una storia diversa, che libera, pianta alberi nel mare e fa crescere foreste nel deserto. Si è servi inutili nel senso che la forza che fa germogliare non è nel contadino che semina, ma nella Parola.
“Se aveste fede quanto un granello di senape…”, vale a dire il rapporto con Dio è come un albero, si vede la chioma, ma le radici nascoste sono più importanti per la sua crescita. Anche questa affermazione di Gesù contribuisce ad arricchire il suo Vangelo della piccolezza e dell’umiltà che ha fatto grandi i santi, come Teresa e Francesco, dei quali abbiamo fatto memoria nella scorsa settimana. La fede si misura per la capacità di fare spazio a Dio nella vita divenendo piccoli e docili. La certezza della presenza di Dio, la sicurezza dell’amore misericordioso, la confidenza nell’abbraccio del Padre, il perdono incondizionato sono i frutti che fanno crescere la fiducia e legano al Signore con una salda amicizia, che nulla può spezzare. Vivere di fede significa comprendere che non sono io l’attore unico della mia storia, con me c’è il Signore; indispensabile, perciò, riscoprire che la fede non è pensiero, sentimento, emozione, ma familiarità col Signore, frequentazione della Parola, esperienza del suo amore, presenza nell’apparente assenza, dialogare con un silenzio che fa risuonare la voce di Dio, come afferma Agostino, “più intimo a me di me stesso”.