«Il cielo gli si schiantò addosso. Le schegge di luce erano specchietti abbaglianti. Vorticavano. Lo avvolgevano. Lo stordivano con lo sfrigolìo fragile e leggero, come da faville (…). La rarefazione dell’aria rendeva leggero il corpo non più stanco. Lo faceva scivolare nel vuoto, lentamente (…). Fu un attimo. Una sovrapposizione di corpi, una concentrazione. Una vita tutta, sdrucciolata sui sette gradini di un sagrato: i sei della vertigine, della fragilità, dello strazio; il settimo dell’estenuazione. La piazzetta ruotò su se stessa. Una inferriata sembrò staccarsi da un facciata (…). Da un’altra finestra una folata di vento disperse sul selciato alcune carte: documenti, senz’altro (…). Si aprirono i cartoni sghembi delle facciate. Liberarono palinsesti architettonici, storie di vite intrecciate (…). Era il 6 gennaio del 1873. Alessandro Manzoni aveva battuto la fronte contro uno scalino».
L’incipit di
La funesta docilità (Sellerio, pp. 214) di Salvatore Silvano Nigro introduce, con  scansioni in sequenze drammatiche dell’ accadimento, le modulazioni di una «vertigine» in un’ardua operazione di racconto  mirata a far coesistere biografia, produzione letteraria dell’illustre personaggio e relativi storia critica e apparati iconografici.
Subito in arsi il fotogramma concitato di un’azione, folgorata nello straniante e funesto movimento scenico, e l’improvviso sbandare della tensione nel labirinto delle carte. Il tonfo di un corpo che precipita da una finestra e, accanto, il contraltare di un archivio, di una biblioteca che sembrano aprirsi promettendo la felicità di un insperato intrigo ma, con inattese svolte, tessono l’inganno narrativo, il labirinto della cultura, la ruggine che corrode il movimento della vita pulsante. La stratigrafia (non la verticalità radiante) della parola. La palude che invischia la libertà della finzione narrativa, il paesaggio, gli ambienti, la storia imprigionati in vetrificate bacheche, trasferiti nell’oro polveroso di una pergamena, nella generosità ostile degli schedari, che invecchiano nell’ermetica risonanza di se stessi. Difficile per un narratore, pur dotato di felici mezzi espressivi e di mobili creazioni fantastiche, disegnare un personaggio a tutto tondo quando si  convoca una sterminata bibliografia in una spumeggiante marea di citazioni. Che invade le pagine e, d’un tratto, si ritira dando l’illusione di un respiro, di una tregua, di un preludio al romanzesco, ma ritornando implacabile, grondante d’altre documentazioni. Esemplari, minacciosi per estensione, già gli iniziali riporti dalle Prigioni di Pellico, da una cronaca della “Gazzetta di Milano” sugli ospiti di «quello che fu l’ albergo Bella Venezia», e da Sciascia, fin da qui straripante  (una sorta di nume tutelare), preso da ammirazione per la «metafisica di pietra» del monumento al Manzoni eretto in piazza San Fedele. E, continuando, ecco i virtuali indici di nozioni da sfogliare, così come  «l’uomo in caduta sfoglia con un dito immaginario» i «ricordi in bianco e nero».
Sul lemma-guida sfogliare è permesso l’accesso a questo libro-enciclopedia il cui autore è salutato dal titolo della recensione di E. Paccagnini (“Lettura”, 2 ottobre 2019), dettato da una citazione sciasciana («Sì, saggista nel racconto e narratore nel saggio»). Filo conduttore è il progressivo, intensificato mixer di un racconto critico e di immagini (si affollano, esaltandosi, le vignette dettate agli illustratori da Manzoni e  le «letture critiche in forma figurativa» di Guttuso, Caruso, e Paladino) che vuole sconfessare, come si legge nel Viatico,  il netto rifiuto di Mallarmé nei confronti dell’anomalia propria dei libri illustrati, ritenuti estranei alla «testualità dell’opera». Un  pregiudizio che non aveva minimamente toccato Manzoni sicuro di arricchire, nonostante il negativo parere del Tommaseo, l’edizione ’40-’42 del suo romanzo. Ora, la biblioteca-galleria di Nigro è un irripetibile trionfo di personaggi veri e di carta consegnati  a una contaminata lettura, icone che si stagliano imperiose, informazioni e verifiche, correzioni e ripensamenti, progetti editoriali e cinematografici, e un guazzabuglio di epistole e di cronache. Un materiale immenso che, solcando i flussi di un vertiginoso fiume di topografie, prospettive storiche e di voci (parallele, contrastanti, sovrapposte), riesce anche a trovare una coinvolgente specificità, inserendosi nella scia dei più accreditati modelli di certa nostra agguerrita, innovativa letteratura. O in quella di una tradizione manzoniana  connotata dall’elegante e profonda scrittura, ferita di pieghe e d’ombre, del romanzo di Ferruccio Ulivi (Tempesta di Marzo) e di quello di Mario Pomilio (Il Natale del 1833) che «invita a raggiungere i personaggi nell’abisso delle coscienze», e,  meno efficacemente espressa, per noi, dato il monotonale grigiore stilistico, dalla  Famiglia Manzoni di Natalia Ginzburg, che, per contro, Nigro, apprezza come «grande libro senza finzioni».
Eloquente, filtrata e frenata ma anche infuocata da molto frequentati territori culturali, e punteggiata di schegge liriche guizzanti da un sostrato denso di memorie e di episodi che risvegliano nel lettore sorprendenti lezioni scolastiche affondate nel tempo, la prosa di Nigro appare rapida e icastica là dove estrae compatte, originali associazioni lessicali e ariosi movimenti frastici da un incontenibile diluvio libresco. E appare pure pronta a far tracimare (quasi con un beffardo, compiaciuto sguardo su ogni primo piano o fondale) l’ustionante materia dai «barlumi della cecità visionaria» di Manzoni e dalla piazzetta della caduta che da «spazio urbano» diviene un’«astrazione», «una diversa provincia della letteratura». Un «tremolante punto cieco» sprigiona il «racconto mentale» slanciato a farsi «selvaggia festa della morte» e visualizzazione di immagini che «si ritirano e vivono clandestine»: paesaggi che si risvegliano da una «pasta di nebbia» e il «brulichio rumoroso» della folla, i segreti dell’officina manzoniana e, talora subalterne e devianti, le macro e micro citazioni, spinte ad oltranza fino al rimando ai «registri delle elementari» di Sciascia, maestro a Racalmuto. Sottomessi a condizionamento ideologico sono alcuni sovrapposti ritagli: la discussione sul film di Camerini, che «era riuscito a sventare il tentativo “politico” di far infiltrare nel film, per dare un volto a Lucia, Miriam Petacci, sorella minore della più famigerata Claretta»; e la «molestia linguistica» di un pronome imposto –l’abolizione del “lei” manzoniano a favore del “voi” del regime –, per contribuire a «porre Manzoni sotto tutela».
Informazioni di margine, che s’infoltiscono in corteo (ma alla Storia è concessa, in La funesta docilità, una delle sue rivincite, mediante l’ estesa «evocazione» – sebbene diluita da un considerevole corredo  di cronache e di testimonianze letterarie, a partire da Cento anni di Rovani – dell’assassinio del Ministro Prina, trasfigurata  da don Lisander nei secenteschi tumulti popolari per il pane). Ed ecco ancora Nigro, per esempio, sulla scorta delle Memorie del figliastro di Manzoni, non esitare nell’accogliere il particolare riguardo a quanto le bambole vestite di nero abbiano influenzato la costruzione del personaggio di Gertrude bambina; oppure farci smarrire nella «geometria abitativa dell’indice di «quel gioco di carte» e di «educata semplicità» del citato libro della Ginzburg. Resta sotto assedio il cuore del racconto nel quale, tuttavia, l’autore felicemente centra obiettivi di immediata decodificazione: la «scrittura che si fa lavorare dal di dentro»; le «date che imprigionano la memoria (…) e fanno da epigrafe o epitaffio»; e anche la precisazione sugli «equivoci» suscitati dalla scelta linguistica dell’inquieto narratore lombardo.
E Manzoni?  Forse un pretesto per un viaggio culturale nelle costellazioni del romanzo.