La Giustizia è muta e tacerà a lungo. Io non ci sto e parlo

Dal Foro. Poche sentenze pronunciate e arretrati sempre crescenti. Mai taglieggiare i diritti dei cittadini in nome del PIL

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La donna bellissima, bendata e fiera, con qualche frattura evidente nelle venature, non c’è più. Lo stallo marmoreo, vuoto. La bilancia abbandonata nell’indolente melancolia. L’iconografia classica e millenaria della dea bendata come simbolo della Giustizia è stata sostituita nel tempo dell’emergenza dalla figura di un’altra più oscura divinità, sconosciuta ai più, Angerona.
La dea Angerona, ha un dito sulla bocca e intima silenzio. È la dea del dolore sopportato con angoscia.
La giustizia è muta e si avvia a tacere a lungo.
Non amo i toni apocalittici ma la situazione è seria e pure grave. Un’analisi ravvicinata della realtà dei danni collaterali prodotti da COVID 19 sulla gracile Giustizia italiana rende la cd. Fase 2 ancora più preoccupante del coma farmacologico imposto al sistema giudiziario nella fase di blocco totale delle attività giudiziarie. A questo deve necessariamente aggiungersi una mediatica indifferenza (o insofferenza) alle sorti del settore civile che -a fronte della esibizione di toghe e codici- certamente più affascinanti, ha una pozione se non ancillare più negletta.
Ed ecco che lo storytelling prende piede e gli slogan che recitano che la “Giustizia va avanti, la Giustizia non si ferma” o peggio “riparte” rivelano, alla prova di quel che quotidianamente vediamo, la grande menzogna che ormai incancrenite incapacità ministeriali propinano agli Italiani.
In questi mesi, abbiamo riscoperto la grande truffa dell’efficienza: siamo in ginocchio perché non a tutti (avvocati inclusi, che lo hanno scontato sulla loro pelle) è stato compiutamente spiegato che lavoro agile non ha nulla di agile ed è anzi ancorato ad una architettura informatica (unica eccezione nella pubblica amministrazione italiana) che consente ai pubblici dipendenti di lavorare da casa per preservare giustamente la loro salute ma limitando le attività a rassettare i fascicoli, togliere la polvere da scansie virtuali e poco altro di inutile.
E così, quando la macchina e tutti i macchinisti in toga hanno tentato di riprendere il lavoro nel punto in cui l’avevano lasciato per tutelare i diritti dei loro assistiti, a fare lo slalom tra responsabilità professionali in agguato, guadagnare per vivere, hanno trovato tutto pulito e spolverato ma nessuno che lavorasse fisicamente più di una volta alla settimana.
Qualche giorno fa, notizia passata nell’indifferenza generale mentre ci si dedicava alle beghe del CSM ed all’ “incredibile” disvelamento dei danni delle correnti politiche dei magistrati, il quotidiano Repubblica riportava una stima media del calo della produttività dei magistrati (nel settore civile e penale) del 40/42 %.
Giustizia muta, perchè al di là delle categorie, dei principi illuministici, delle teorie sulla giurisdizione, se la Giustizia non emette sentenze di certo non parla.
Lo scenario è divenuto, quindi, un vero e proprio psicodramma con il grande classico degli addebiti di responsabilità e sullo sfondo, il maggiordomo con la boccetta di arsenico in mano.
Come in ogni matrimonio in crisi che si rispetti, l’ordine giudiziario ha pigolato che tante sono state le sentenze e i provvedimenti depositati nel lockdown ma non pubblicati dalle cancellerie.
Le cancellerie e l’apparato burocratico hanno serrato le fila trincerandosi dietro le falle del sistema, il rischio per la salute e l’acrimonioso coro delle sigle sindacali hanno fatto il resto, con ben poco garbo.
Gli Avvocati, superato il periodo di sospensione dei termini processuali e non, hanno subìto la faida antica tra il tiranno e il tiranno-servitore. Si sono ritrovati, isolati, senza alcun altro strumento per reagire se non quello (demandato in via esclusiva agli Ordini forensi territoriali dai decreti d’urgenza) di monitorare costantemente sulle misure organizzative degli Uffici giudiziari, spingendo, scavando, guadagnando il poco di terreno paludoso tra una normativa afflittiva per loro, ipergarantista per tutti gli altri che consentisse quanto meno di lavorare “dignitosamente”. Risate del pubblico: nessuna dignità si intravede dietro la questua di un appuntamento per poter compiere il proprio ufficio.
Intanto, però, la trappola è tesa. Rinvii lunghissimi, trattazione scritta (per capirci le parti si scrivono brevi richiami alle difese, poi il Giudice si riunisce con se stesso, legge e decide cosa farne della vostra causa nds), il terrore del personale che teme il contagio in terre (come la nostra) che fortunatamente sono state risparmiate dalla tragedia virale. Giustizia muta e tempi dilatati.
Sullo sfondo le macerie dell’arretrato che si accumula e che da settembre scompaginerà tutti i piani di rientro elaborati a tavolino.
La polvere si accumula sotto il tappeto, “fine causa, mai” si direbbe parafrasando un celebre libretto di Elvio Fassone. Qualche spiraglio è stato rimesso a uomini di buona volontà (perché mai paga far di tutta l’erba un fascio) con qualche sentenza depositata, ma non sono stati infrequenti e professati casi in cui un taluno facendo spallucce abbia pure detto “se la sospensione dei termini processuali vale per gli Avvocati, varrà pure per i giudici” rimandando al maggio la produzione di provvedimenti.
Avremo tante società che impiegheranno anni in più per recuperare crediti, debitori incalliti brindare, famiglie disgregarsi e mesi accumularsi sulle copertine più o meno virtuali dei fascicoli.
Peggio ancora è che qualcuno rinunzierà sfiduciato a rivendicare quel che gli spetta.
Chi guarda dall’alto il nostro formicaio lavorativo lo sa poiché, nello spazio d’un mattino, per vedere assicurati diritti necessarie alle sorti progressive di ciascuno, si affaccia l’alchimia delle ricette per risollevare la Giustizia civile (che, in tutto questo discorso sempre muta sta). Ed ecco il maggiordomo con l’arsenico sullo sfondo, emergere dall’ombra del salotto biedermeier.
Tra una zuffa e una promessa, mentre ci affanniamo a far ritornare il sistema alla normalità, mentre si ragiona di aperture di teatri, cinema e lidi balneari, appare sull’Osservatorio CPI (C onti pubblici italiani) un formidabile pezzo comico che già mette le mani avanti sulla catastrofe consumata. Il titolo della commedia all’italiana recita “Come ridurre i tempi della giustizia civile». Il formidabile studio pubblicato il 5 giugno scorso, frutto dell’ingegno dell’economista Carlo Cottarelli con Mario Barbuto, Alessandro De Nicola e Leonardo D’Urso, si apre con l’ovvio refrain “I nostri processi durano molto più a lungo, abbiamo molte più cause pendenti, e iniziamo più cause ogni anno, soprattutto in Cassazione”. Ma qual è la ricetta?
Anche qui il tempo comico è calcolato al millesimo di secondo: “Disincentivare, sia per i clienti sia per gli avvocati, il ricorso in giudizio e la resistenza temeraria” e per farlo la ricetta più antica del mondo, come quel mestiere di cui non si dice, è incidere sui costi, portando “il contributo unificato per l’inizio di una causa alla media europea”, condannando l’attore soccombente in Appello o in Cassazione a pagare un importo pari al quadruplo del contributo unificato (a favore dello Stato).
In caso di ricorso in Cassazione contro la cosiddetta “doppia conforme”, e in caso di ulteriore soccombenza, le spese andrebbero liquidate alla parte vincitrice in misura pari almeno al triplo di quelle riconosciute dalla Corte di Appello.
Ecco qui riproposto in salmì il ragionamento morboso già visto con la questione della prescrizione in ambito penale: far valere un diritto, anche per una strategia, scegliere di usare gli strumenti leciti messi a disposizione dall’ordinamento ormai vale quasi sempre ad un “abuso” del diritto che, manco a dirlo, viene manipolato dagli avvocati maneggioni, che ugualmente – come i loro clienti – devono esser sanzionati.
Ma dove si annida il genio riformista sotto le mentite spoglie di angelo sterminatore del lavoro degli Avvocati? È mirabilmente sintetizzato in “Affidare a organismi amministrati dagli Ordini dei Notai e degli Avvocati la gestione di alcune procedure di volontaria giurisdizione a costi predeterminati in alternativa al ricorso ai tribunale” ed ancora “estendere a tutto il contenzioso in materia di diritti disponibili il primo incontro di mediazione” (risate del pubblico per la mediazione, creatura fantastica alle nostre latitudini assolate). Che queste proposte arrivino da economisti è forse un fatto angoscioso ma il male minore, tanto già c’erano sottosegretari (rectius magistrati a riposo) che respirata l’aria della politica predicavano che stroncare l’accesso alla giustizia civile, taglieggiando il popolo italiano, favorisse il PIL. È l’ennesimo tentativo ancora di eliminare (quasi fisicamente) gli avvocati e i diritti dei cittadini che di questi tempi sembra una sinistra coincidenza, ancora più volgare in oggettive e tangibili condizioni di difficoltà economiche per la categoria e per gli assistiti. L’amarezza ormai cede il passo all’insofferenza.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)