La letteratura e il senso del viaggio

Nel romanzo di Andrea Manzi emerge la capacità dell'autore di non lasciarsi imbrigliare dagli schemi e dalle movenze obbligate di un genere letterario, ma di mescolare sapientemente gli elementi base dell’intera vicenda

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Romanzo giallo o noir? Thriller o racconto psicologico con qualche squarcio autobiografico? Romanzo di formazione non privo di scene erotiche o semplicemente narrativo? Questa è la prima domanda che mi son posto una volta giunto all’ultima pagina del libro di Andrea Manzi (Giornalisti all’inferno, Europa Edizioni, Roma, 2018).

Benedetto Croce: illuminante il suo pensiero sull’artificiosità che emerge talvolta della rigorosa collocazione di un’opera nei generi letterari

Il dibattito sui generi letterari ha una lunga storia che ancora oggi non trova soluzioni unitarie. Per quanto mi riguarda, sono restato a Croce e alla sua critica della ricerca astratta della collocazione di un’opera in uno dei generi. Un grave errore di giudizio per cui dinanzi a un’opera non ci si interroga sulla sua capacità di esprimere passioni, sentimenti, analisi, giudizi, narrazioni, ma solo se sia conforme a questo o a quel genere. Insomma la capacità dello scrittore Manzi è quella di non lasciarsi imbrigliare dagli schemi e dalle movenze obbligate di un genere letterario, ma di mescolare sapientemente gli elementi base dell’intera vicenda. Il che è possibile grazie ad una scrittura che sa tenere insieme l’efficacia espositiva dello stile giornalistico con l’eleganza e la profondità di letture, non certo superficiali, sia filosofiche, sia giuridiche, che psicoanalitiche. La storia è quella di Carlo giornalista di successo di una città di medie dimensioni, prototipo di una realtà dominata dalla meschinità, dal pettegolezzo, dalla miseria morale e intellettuale di non pochi dei colleghi del suo giornale (ma con le dovute eccezioni di compagni e compagne di lavoro che non l’hanno abbandonato nel momento forse più difficile della sua vita) e del ceto medio professionale e impiegatizio. Un città simbolo e metafora di quel mal di vivere che ha dominato la cultura europea tra fine 800 e primi decenni del 900 e che è, per fare un solo esempio, caratterizzata dalla figura di Ulrich, l’uomo senza qualità di Musil. Il registro psicologico e psicoanalitico apre subito il racconto di Manzi con un Carlo in viaggio ferroviario verso i luoghi di un “passato che lo attira a sé e che ancora gli succhia il sangue” e che viene colto da una disturbante crisi depressiva, il leitmotiv del racconto, interpolato dai consigli e dalle analisi del suo psicoterapeuta. “Da quella morte del senso comune, scrive Manzi, nasce una vita grottesca e seducente, che lui coglie in pieno senza che nessun altro lo sospetti”. Carlo è accolto in stazione dalla sua compagna Sandra, l’unica tra le donne che attraversano la sua vita (la moglie innanzitutto ma anche le colleghe giornaliste) a rasserenare il suo tormento psichico con la sua esuberanza erotica. Il motivo del viaggio è – qui entra in scena il registro poliziesco – l’accusa che gli viene rivolta di un omicidio di una giovane donna avvenuto negli anni lontani dell’adolescenza. Tra il veleno dei pettegolezzi della redazione e l’incompetenza dei giudici, Carlo riesce comunque a liberarsi dall’accusa. Ma questo non è un libro che si chiude col lieto fine della soluzione favorevole al protagonista, anche se tutto sembra collocarsi al posto giusto: il rapporto con Sandra, l’attenuarsi dei disturbi depressivi, il ritorno al giornale come direttore. Con una straordinaria intuizione che nessun lettore avrebbe immaginato, il protagonista affida l’epilogo ad una lunga lettera al figlio, inviata dodici anni dopo gli eventi raccontati. È una sorta di autoanalisi, piena di ricordi, di momenti di vita familiare, ma anche di occasioni mancate e segnate dalla lontananza. Ma è anche la rivelazione al figlio della sua malattia, di un “male profondo e invisibile”, la cui cura è fatta di parole. “Parole che penso e parole che dico a chi è in grado di capirle”.