1989-2019, novembre, Berlino. Un altro mondo, completamente diverso, in uno spazio geografico che stava per ridisegnarsi, scrollandosi di dosso oltre quarant’anni di guerra fredda e che anticipava l’irruzione del nuovo millennio.
Nel ricordare, dopo trent’anni, lo zeitgeist, lo spirito del tempo, le immagini di quei giorni ci restituiscono la realizzazione di un lungo sogno, la trasformazione in realtà di uno spazio comune, tedesco ed europeo, in un’Europa libera da gabbie ideologiche che sembravano indistruttibili.
Si diceva che Berlino non fosse una città bensì uno stato d’animo, che quella divisione sfociasse in un’introiezione. L’ideologia si era appropriata dei corpi degli uomini per convincerli che la diversità dovesse essere rimarcata da una salvifica distanza e che un simbolo come un muro lungo oltre 100 km potesse rappresentare l’incomunicabilità tra due mondi opposti impegnati in uno scontro geopolitico per mantenere le rispettive zone d’influenza.
Essere cittadini dell’Ovest o dell’Est era questione di cemento armato: ci si trovava al di là o al di qua di una cortina di ferro. Le luci del capitalismo da una parte e il buio di un regime poliziesco dall’altra, con la lacerazione di vite, storie, famiglie: una lama che affondava nel corpo vivo della comunità berlinese.
Il muro era tanto reale quanto e, soprattutto, ideale, frutto di una scelta pragmatica ma anche crudele e inumana, giunta al punto di coniugare il grottesco e l’assurdo per imprescindibili ragioni di realpolitik.
Era un’idea trasformata in filo spinato e cemento, la realizzazione materiale di un’esigenza di controllo assoluto da esercitare sulle masse e sulle vite delle persone, per bloccare ogni possibile circolazione d’idee potenzialmente deflagranti per ogni ordine basato sulla compressione delle libertà civili.
Ma, così come il 1789, anche la “grande apertura” di due secoli dopo ha sprigionato energie che hanno alimentato i grandi movimenti di partecipazione collettiva e le mobilitazioni dell’opinione pubblica. Gli studenti, i cittadini che protestavano e chiedevano riforme e libertà picconando il Muro hanno dato l’inizio a una nuova stagione di presa di coscienza collettiva in tutta Europa. Nelle relazioni internazionali tra Stati abbiamo assistito al rafforzamento delle forme di cooperazione internazionale, alla costruzione della dimensione europea.
In fondo l’UE nasce non solo dai Trattati, ma anche da lì, dalla svolta di quei giorni berlinesi del novembre dell’Ottantanove. Giorni in cui l’Europa dei popoli e delle genti è riuscita a sgretolare una barriera di ferro, cemento e filo spinato che per più di quarant’anni aveva paralizzato il vecchio continente, schiacciato dal confronto bipolare tra Usa e Urss. Oggi nel linguaggio comune l’Ottantanove è diventato sinonimo di svolta, cambiamento: è il numero della storia che dà il senso di un inizio.
Ma è la stessa storia che ora deve metterci in guardia. Le magnifiche sorti e progressive che il crollo del Muro di Berlino lasciava intravedere tra le sue macerie non si sono rivelate immuni dai rischi del ritorno di una stagione di chiusure, di rigurgiti nazionalisti alimentati da paure che si pensavano definitivamente sepolte. Perché le divisioni del Muro, tanto profonde da restare impresse a lungo nella società tedesca e berlinese, sono in grado di rappresentare l’archetipo di un modus operandi.
Ce ne sono altri di muri e ce ne saranno ancora ogni qualvolta si sceglierà di deviare il corso della storia dei popoli in conformità a esigenze predeterminate dai ceti governanti. Perché la storia è fatta di aperture e chiusure che si succedono nelle relazioni tra gli Stati e i popoli. I muri che il potere ha eretto per affermare e consolidare se stesso non sono scomparsi, minacciano, anzi, di proliferare.
Bisognerebbe ritornare lì a Postdamer Platz, in questi giorni di novembre, per ripassare la lezione.