La lotta al terrorismo sia battaglia di civiltà, non tra civiltà

Gli ultimi attentati evidenziano i ritardi dell'Europa rispetto alla questione dell'integrazione

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La matrice islamica dell’attentato di Strasburgo è ancora da verificare, ma ci restituisce prepotentemente una preoccupazione collettiva che riaccende la paura dello «scontro di civiltà».
Una paura legittima ma che, come spesso accade, ci rende irrazionali, guidandoci verso analisi superficiali, che, diversamente dal solito, sembrano trovare il loro bersaglio non nell’Islam in quanto dottrina religiosa, ma in quella nuova generazione di musulmani “di origine straniera”, nata e cresciuta in Europa, ma che viene ritenuta portatrice sana di valori incompatibili con quelli delle “società occidentali”.
L’Islam in Europa è giunto ormai alla terza o quarta generazione: generazione alla quale però continuiamo a rivolgerci con il termine di “immigrati”, dimenticando che i veri e soli immigrati di quella generazione erano i loro nonni. Questo a riprova anche dell’inadeguatezza del nostro linguaggio nell’affrontare una sfida così cruciale.

La risposta securitaria può servire nell’immediato ma non basta assolutamente

Cosa significa e quanto è utile al dibattito “francese/tedesco/italiano di origine …” quando parliamo di persone nate, cresciute e scolarizzate in Europa; parlano la nostra lingua, condividono gran parte della nostra cultura. Hanno semplicemente una religione diversa, forse un cognome arabo, ma per noi restano ancora “immigrati”. La loro partecipazione a un contesto democratico, l’uso di una lingua differente da quella della propria comunità d’origine, l’inclusione/esclusione nello spazio sociale, la percezione di ostilità/favore verso la cultura ereditata, la secolarizzazione, sono la chiave di volta, gli elementi che condizionano e contribuiscono significativamente a una messa in discussione, a una reinterpretazione critica o a un rafforzamento identitario dell’appartenenza religiosa, che in alcuni casi sfocia nel radicalismo.
In questo scenario appare chiaro il ritardo – in alcuni casi il fallimento – dell’Europa rispetto alla questione dell’integrazione. I modelli adottati finora sono stati inadeguati e hanno favorito la ghettizzazione e l’esclusione sociale proprio di quelle nuove generazioni che, nei casi di Strasburgo, Bruxelles, Berlino, hanno visto montare un sentimento di frustrazione in giovani cittadini europei, dove la fede, vissuta non come dimensione spirituale e valoriale ma come unica alternativa identitaria, diventa piattaforma ideologica per crimini efferati.
La sfida è quindi di ritornare ad una riflessione sulla dimensione sociologica, coinvolgendo organizzazioni islamiche – ancora colpevolmente alle prese con la l’organizzazione delle loro molteplice comunità – , istituzioni, società laica, altre comunità religiose, ammettendo che l’approccio securitario è utilissimo nella cura dei sintomi, ma la malattia va curata adottando un nuovo modello inclusivo che disinneschi questa spirale di conflitti sociali interconnessi e valorizzi diritti e doveri per favorire una reale e imprescindibile convivenza.
Quella contro il terrorismo è una battaglia di civiltà, non tra civiltà. Si può vincere solo insieme: musulmani e non musulmani. Non commettiamo l’errore di trasformarla in una guerra di tutti contro tutti, di noi contro di loro, perché in tal caso ne usciremmo tutti sconfitti. E vincerebbe il terrore.