“Ho preso due tablet ai miei figli, uno ciascuno: oggi hanno lavorato in piena autonomia!” La soddisfazione di un’amica per il duplice acquisto, che dire, supera lo schermo di Skype e mi manda in crisi.
Insomma, se Mark Zuckerberg, che è il fondatore di Facebook, ha scelto per i figli una vita digital free, io, che insegno Lettere classiche, perché mai dovrei mettere nelle mani delle mie figlie un qualsiasi aggeggio informatico?
Perché si brucino il cervello, diventino dipendenti da chissà quali attività interattive, vadano camminando per casa come nuovi mostri mitologici, metà bambine e metà tab, che se le chiami non ti sentono?
Però, certo, la mia amica digital friend delle ragioni le ha: “Oggi finalmente sono stata libera di fare le mie cose”.
Questa frase risuona soave alle mie orecchie, se solo penso al mio smart-working del giorno precedente … Praticamente sempre al PC, con l’incubo di aver abbandonato la prole!
“… e poi neanche è bello che stiano a guardare sul minuscolo schermo di un cellulare!” continua la mia amica.
Appunto.
Un cellulare.
IL cellulare!
IL MIO cellulare, per la precisione.
Effettivamente, se ci penso, il mio telefono è diventato lo strumento per la didattica a distanza sia di Paola sia di Camilla.
E poi, insomma, Camilla è una che mi ha caricato YouTube sulla TV in camera da letto – roba che io non saprei neanche da dove cominciare.
Forse non sarà il caso di passare dal “digital free” al “digital friend” in un nano secondo, però, forse, un “digital light” possiamo e dobbiamo concedercelo.
Così, previa telefonata alla mia psicoterapeuta dell’età evolutiva di fiducia, passiamo velocemente all’acquisto, tra mille raccomandazioni e la scansione di regole precise.
Paola è ben contenta.
Lo comunica anche alla sua maestra e abbiamo l’ok.
Ma Camilla … Camilla è di entusiasmo irrefrenabile!
Alla notizia va saltando felice per tutta la casa.
E anch’io sono felice: finalmente saranno autonome.
Anzi: saremo autonome. Loro ed io!
Ma ad un tratto Paola semina il dubbio: “Mamma, non vorrei dire [e intanto dice] … ma non hai notato che Camilla è troppo felice per il tablet? Sai, secondo me, pensa che potrà vedere tutti i video che vuole su YouTube. Non ha capito che è uno strumento di studio!”.
Oh si, ma io so come fare.
E, quando arriva il tablet, creo un bel gruppo famiglia su Google.
E così ogni movimento della digital lover Camilla sarà controllato.
Ed io tornerò ad essere libera.
Senza dover dire “ecco la scheda! − stampa il foglio! – prendi il quaderno! – la penna blu! – la penna rossa! – la penna verde! – la gomma dov’è? – leggi di nuovo!”, eccetera eccetera…
Potrà anche capitarmi di nuovo di stare al PC tutto il giorno, ma loro (ho dato anche le password del registro elettronico) saranno finalmente autonome e indipendenti da me.
Poi, con Google Family, le terrò sotto controllo… Oh, che meraviglia!
Primo giorno.
Mail: “Camilla signed in on a new device” [Camilla ha effettuato l’accesso su un nuovo dispositivo].
Bene, ottimo, ovvio: sta usando il Tablet. Notifica dopo notifica, a distanza, controllo che stia facendo tutti i compiti. Wow! Forse anche Zuckerberg sta facendo così…
Non so lui, ma io vado a fare la spesa, con la mente libera.
In questa fase, piegarsi alla tecnologia è il prezzo per la libertà dai compiti dei figli.
E lo pago, ben volentieri.
Mentre mi metto in auto, il mio cellulare trilla.
È arrivata una mail.
È Camilla.
Avrà aperto un altro file?
Ah ma no: non è Google che mi dice di Camilla… è proprio una mail di Camilla!
A commento di un compito da svolgere, mi scrive: “Cara mamma, puoi venire subito ad aiutarmi?”.