“La Mazzetta” di Velardi, quando il giallo è davvero doc

Rileggendo a distanza di 43 anni il libro del padre del genere, si ha la prova di quanto sia imprescindibile, in un'area letteraria oggi tanto affollata e abusata, la bravura e la forza del narratore affinché un'opera divenga davvero letteratura

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In questo momento il giallo è il filone letterario cui il lettore è più affezionato, e le avventure di commissari, ispettori, detective sono vere e proprie saghe, che dal testo scritto sconfinano negli sceneggiati TV, dove il successo del libro viene potenziato, anche nel caso di scritture non proprio a tenuta fortissima. Non è il caso di Attilio Veraldi, quello che viene ritenuto a tutti gli effetti il padre del giallo in Italia. Fu Mario Spagnol a spingerlo a scrivere, troppo raffinato come traduttore per rimanere nell’ombra. Nacque così  “La Mazzetta” edito da Rizzoli nel 1976, l’ultima ri/edizione è del 2017 a opera di Ponte delle Grazie, e tutto quello che Attilio Veraldi aveva assorbito, attraverso l’occhio da traduttore, e la sua vita da giramondo, prese forma in duecentotrentaquattro pagine.
“La Mazzetta” è un affresco potente della grande abilità stilistica e descrittiva di Attilio Veraldi che lo sfondo napoletano non corrode. Il protagonista del libro, Sasà  Iovine, per una “mazzetta” si fa coinvolgere in una storia di camorra e appalti, mentre  si muove nel libro come un croupier, e a mano a mano che la storia si svolge e si compie passa le carte e smazza a suo modo, diventando un essere umano differente, malgrado una vita fatta di espedienti, traffici, e anche amori tutt’altro che lineari. È un faccendiere ante litteram Sasà Iovine.
“Don Nicola non dimentichi che io posso ritirarmi dall’affare. Nel senso che il secondo appalto posso farlo passare a altri, basta fare un fischio e corrono in parecchi scodinzolando [..] come casi su un osso. Gli azionisti della congrega conoscono e riconoscono solo me […]L’anticipo si può anche restituire e tutte le prove si cancellano una volta annullato l’incasso e scomparso il nome del pagatore”.
La locandina del film di Corbucci tratto dal romanzo omonimo di Velardi
A rileggerlo, dopo quarantaquattro anni dalla sua uscita, non si inceppa la potente macchina da guerra che Attilio Veraldi mette in piedi. Una macchina che non si appiattisce sui luoghi, Napoli, il Faito, Castellammare, Lago Patria e anche Milano, e che segue le leggi del poliziesco americano di cui si sente l’eco, pesantemente smorzato dal senso del tragico, che non appartiene alla cultura americana, ma che è presentissima in quella greca di cui Napoli è matrice. È questo il grandissimo pregio di Attilio Veraldi, non avere piegato alla localizzazione spicciola la storia, e per questo il romanzo resiste alle riletture e al tempo.
“La Mazzetta” è tutto tranne che un romanzo di genere o peggio ancora un romanzo provinciale, una cosa su cui Attilio Veraldi, peraltro, scherza nel libro stesso.
“Logicamente ho pensato che l’unica maniera per ammorbidirvi veramente, dopo la ripassata dei fratellini, era quella di costringerci a mangiare e bere come Dio comanda. So che ci tenete alla linea e che vi permettete di schivare la grazia di Dio. Ma ditemi un po’, avvocato, siete per caso inglese? […] Che sono tutte queste foresterie? La dieta, il vischi, la scarpa e il calzino. Fatemi il piacere, Iovine, mangiatevi la pasta, bevetevi il vino, che sono roba vostra.”
Iovine si muove nella zona di mezzo, quella che non conosce differenze e che è uguale dappertutto. La zona in cui si muovevano Truman Capote nel suo” A sangue freddo”, e dove si muovevano tutti gli autori americani hard boiled, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, a cui Attilio Veraldi non fa il verso, ma con cui cammina insieme, attraverso la ricostruzione degli spazi, le caratterizzazioni dei personaggi, la descrizione dei luoghi sempre giustamente assolati o riduttivamente appiccicosi e umanamente malsani. Sasa Iovine sarà anche il protagonista  di “Uomo di conseguenza”, edito sempre da Rizzoli nel 1978. “La Mazzetta” vendette 45000 copie, in pochi mesi, e il film diretto da Bruno Corbucci con la partecipazione di Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Paolo Stoppa ebbe altrettanto successo.