«La mia prima radiocronaca? Con la Paganese in C»

Francesco Repice, il radiocronista del trionfo azzurro agli Europei di calcio, si racconta

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Francesco Repice

«23:54 in Italia, siamo per la seconda volta campioni d’Europa». Sono queste le parole che da domenica 11 luglio affollano le menti e le bacheche dei calciofili. La voce è quella di Francesco Repice. Nativo di Cosenza ma cresciuto a Roma, il calabrese è tra i radiocronisti più apprezzati d’Italia grazie alle sue cronache “passionali” che hanno tenuto incollati alla radiolina gli spettatori per questi anni. Reduce dall’Europeo conquistato dagli Azzurri di Mancini a Wembley, la voce di RadioRai con grande disponibilità ha commentato a tutto tondo l’attualità calcistica.
Quest’anno la Salernitana sarà in massima serie per la terza volta nella storia: potrebbe essere anche quella del suo debutto allo stadio Arechi.
Per me sarebbe un onore commentare una partita all’Arechi anche per assaggiare la vostra pasta e fagioli: io abbino molto le trasferte alle questioni gastronomiche. A Salerno ci sono stato: alcuni anni fa feci anche la cronaca di una partita con l’allora squadra neopromossa di Delio Rossi. Ho l’impressione che la gestione di Claudio Lotito abbia portato a un risultato importante, ovviamente spero che una piazza importante del sud come Salerno possa ben distinguersi in massima serie perché c’è bisogno.
Lei è una persona schietta e diretta: cosa pensa del tema multiproprietà?
Io credo che a comandare debba essere una sola persona perché altrimenti diventa un problema. Bisognerà aspettare questa stagione per capire se il modo di gestire un club in massima serie possa dare dei risultati. Qualsiasi cosa detta adesso non avrebbe nessun senso perché credo sia giusto aspettare e vedere come si evolvono le cose.
È tra le voci più conosciute d’Italia: come è nata la sua passione per le cronache sportive?
È nata perché volevo fare il calciatore ma non ci sono riuscito. Quindi due erano i soli modi per parlare di pallone erano due: o fare l’arbitro – ed io con gli arbitri non andavo molto d’accordo quando giocavo – o scrivere e raccontare. Ho scelto questa seconda strada e le cose sono andate bene.
Cosa ricorda della sua prima radiocronaca?
La prima è stata diversi anni fa. Era una partita di Lega Pro e tra le squadre c’era la Paganese: era la fine degli anni Settanta quindi direi che sia passato un po’ di tempo ma ricordo ancora oggi l’emozione.
Ha sempre detto che la cronaca più emozionante è stata la finale di Champions tra Barcellona e Manchester United. Dopo la vittoria dell’Italia agli Europei, Wembley 2021 ha superato Wembley 2011?
Dal punto di vista emotivo certo, ci mancherebbe altro. La radiocronaca che ho più a cuore è stata quella per varie ragioni ma sicuramente quella di domenica 11 luglio sarà per sempre scolpita nel mio cuore.
Cosa ha significato per lei quest’Europeo?
Ha significato tanta responsabilità: gli ostacoli burocratici con il Covid sono stati molto alti e difficili da superare. Non mi sono reso conto della radiocronaca in sé perché ho avuto poco tempo per viverla: anche la vigilia che era sempre caratterizzata da questioni burocratiche come tamponi, permessi, lettere da scrivere, aeroporti e permessi.
Quando ha capito che la vittoria degli Europei era a portata di mano?
Sinceramente non l’ho capito proprio. Forse però qualcosa ho intuito quando Jorginho nella conferenza stampa pre Italia-Spagna disse: «Secondo voi cosa siamo venuti a fare?». Quella frase mi avrebbe dovuto far capire che sin dall’inizio l’obiettivo era quello di alzare la coppa.
Secondo lei quanto è importante il fatto che anche in Italia con Mancini si sia data molta più fiducia ai giovani?
I giovani ovviamente devono essere bravi altrimenti non gli si può dare fiducia. Alla fine degli anni Settanta nasce una generazione di calciatori che poi ci fa vincere i mondiali e quella fu un qualcosa di irripetibile, nacque un certo Francesco Totti. Tra anni Ottanta e Novanta sono nati due calciatori come Cassano e Balotelli molto forti ma con altre problematiche che comunque hanno trascinato fino alla finale degli Europei del 2012. Poi c’è stato un po’ di buio abbastanza evidente, Roberto Mancini è stato bravo e fortunato ad avere questa generazione di calciatori di fine anni Novanta o millenials a cui ha dato tanta fiducia.
Qual è a suo avviso la linea di demarcazione che separa un ottimo giocatore da un campione?
L’aspetto tecnico è importantissimo ma la testa è ancor più importante. Il campione è colui che capisce che il suo talento è qualcosa che deve essere costantemente allenato e che si sa mettere sempre a disposizione della compagine. A mio avviso, l’aspetto più importante è il saper assumersi le responsabilità. In questi anni ho avuto modo di vedere diversi calciatori molto forti vestire la maglia della Nazionale in tornei importanti e crollare sotto il peso della responsabilità.
Cosa consiglia a un giovane che vuole intraprendere la carriera giornalistica e diventare radiocronista?
Leggere tanto e tutto: libri, giornali, pubblicità, scritte sui muri ma davvero tutto perché è di vitale importanza avere conoscenza di tantissime parole per poter raccontare in maniera fluida l’evento sportivo alla radio.
Quali altri sport segue oltre il calcio?
A me piace molto il pugilato, l’ho seguito sin da bambino anche se adesso ci sono differenze rispetto al passato e le cose, in verità, sono peggiorate. Mi piace questo sport perché ogni combattimento è una storia di uomini, dopo il calcio per me c’è solo la boxe.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno del 31 luglio 2021)