La radice comune dei figli di Abramo

Vi sono valori fondanti che posso e devono rendere possibile e tangibile un dialogo tra fedi e identità diverse

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La famiglia di Abramo – ebrei cristiani e musulmani – ha dimostrato, nel corso della storia, di avere scarsa consapevolezza della sua radice comune, giungendo a ostilità e contrapposizioni anche estreme, sfociate in drammatiche conseguenze delle quali, come quasi sempre accade, hanno pagato il prezzo i più deboli e indifesi, ossia chi si è trovato di volta in volta ad essere il diverso, la minoranza, l’infedele di turno.
Da questo punto di vista, la Shoah ha rappresentato senza dubbio la manifestazione più violenta di quanto, prendendo a pretesto l’appartenenza di un presunto nemico a una determinata religione, si possa giungere a rinnegare la propria stessa natura umana.
In quella mostruosa pagina della storia, taluni hanno però saputo eroicamente rendersi testimoni di valori assoluti, non certo a dispetto ma in forza della propria fede vissuta senza ambigui particolarismi.

Abramo in un dipinto del Caravaggio

Gli stessi discendenti delle vittime della Shoah hanno avvertito l’esigenza di salvare dall’oblio queste storie straordinarie, come dimostrano i nomi dei circa ventiduemila «Giusti tra le nazioni» censiti dallo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, tra i quali figurano anche quelli di settanta musulmani che con quel loro gesto di coraggio, hanno ricordato che la frase del Talmud «Chi salva una vita salva il mondo intero» compare anche nel Corano.
Oggi, seppure questi siano tra i più dimenticati, perché politicamente scorretti sia per tanti ebrei sia per tanti arabi, simboleggiano un invito ad andare oltre le generalizzazioni facili nella percezione dell’altro.
In Albania furono 63 i musulmani che salvarono tanti ebrei con la convinzione che, per un buon musulmano, fosse un dovere assistere e salvare coloro che avevano cercato rifugio nel loro Paese, perché ingiustamente perseguitati. In Bosnia, Zejneba Hardaga aprì le porte di casa sua all’ebreo Yosef Kabilio dicendogli: «tu sei nostro fratello e questa è casa tua». In Tunisia, la famiglia Boukris e ad altri ebrei trovarono rifugio nella fattoria del giovane Khaled Abdul Wahab, che li nascose e li nutrì fino alla resa delle truppe italo-tedesche nel 1943. Insomma, musulmani che in nome della loro fede non si sono voltati dall’altra parte alla vista dell’altrui dolore, non sono stati indifferenti a quanto succedeva a ebrei, riconosciuti e presi in carico nella loro sofferenza. Musulmani capaci di quella “banalità del bene” che racconta, in modo esemplare e oltre ogni stereotipo, quanto ogni fede sappia custodire, nonostante le contraddizioni storiche e le smentite di tanti, il senso di buono e di vero a custodia dell’umanità di tutti.
Bisognerebbe ripartire da queste storie per concentrarci su quei valori fondanti, nella comune discendenza dal nostro padre Abramo, che possono rendere possibile e tangibile, anche oggi, un dialogo tra fedi e identità diverse.