La religione islamica non è una bandiera

A Milano una donna egiziana di 31 anni è stata arrestata perché avrebbe costretto la figlia 15enne a seguire rigide regole religiose: sono fatti, questi, che fanno riemergere la divisione insuperabile e l’incompatibilità tra la religione islamica e la “società occidentale”, ma soprattutto ci raccontano una storia di prevaricazione e di costrizione che non può che essere estranea al concetto di fede

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Lo scontro tra culture si palesa alle volte, in situazioni di violenza, in comportamenti da condannare, provocati dall’arroganza e dall’ignoranza.
È questo ciò che è successo a Milano, dove una donna egiziana di 31 anni è stata arrestata a Milano perché avrebbe costretto con la violenza la figlia 15enne a seguire rigide regole religiose.
Uno dei tanti e tristi racconti che ci interrogano come cittadini di una società sempre più eterogenea, multiculturale, non più mono-confessionale, che vive un momento storico dove la diffidenza e la paura del diverso ci rende vulnerabili a semplicismi e generalizzazioni.
I fatti di Milano fanno riemergere il tema della divisione insuperabile e dell’incompatibilità tra la religione islamica e la così detta “società occidentale”, ma soprattutto ci raccontano una storia di prevaricazione e di costrizione che non può che essere estranea al concetto di fede.

La religione islamica non è e non potrà mai diventare una bandiera ideologica. Vanno, pertanto, recuperate le ragioni più profonde della fede, che non allontano ma avvicinano ad altre religioni

Una delle verità fondamentali stabilita dai testi sacri è che la libertà è un diritto che Dio ha accordato ad ogni anima, ad ogni essere umano. Ognuno ha il diritto di scegliere la sua fede: Non c’e’ costrizione nella religione. La retta via ben si distingue dall’errore. Chiunque rifiuti il male e creda in Dio si afferra all’impugnatura piu’ salda, senza rischio di cedimenti. Dio ascolta e conosce tutte le cose” (2:256).
I genitori educano i figli con l’esempio, i figli imitano i genitori e assorbono la cultura familiare, inclusa la religione, e poi la rielaborano personalmente crescendo. I figli devono diventare maturi, adulti, responsabili, capaci di contribuire alla vita della società: è questo che insegna l’Islam, e non devono essere costretti all’obbedienza. La costrizione non può riguardare la religione, interpretazioni e imposizioni che tradiscono il messaggio originale della fede sono da condannare e stigmatizzare, proprio a difesa di quella reale testimonianza di fede che accomuna la totale maggioranza dei fedeli musulmani.
L’Islam, ha rifiutato fin dai tempi della sua rivelazione, qualunque segno di ostentazione: la morale musulmana invita alla discrezione e al pudore. L’ostentazione religiosa, come per esempio l’affermazione della propria identità musulmana attraverso abiti che coprono il corpo, è assimilata dall’Islam ad una forma di ipocrisia. Il velo è un simbolo religioso che rappresenta l’intenzione consapevole di consacrare la propria vita a Dio, di conseguenza nessuno può imporre questa vocazione, né d’altro canto vietarla. Purtroppo oggi si assiste alla tendenza a trasformare la religione in una bandiera identitaria e ideologica, rischiando di perderne la profondità e la prospettiva conoscitiva. D’altro canto vi sono altre posizioni che, per ignoranza o per convenienza, confondono le problematiche sociali e i casi estremi, come quello di Milano, con espressioni religiose autentiche.
Molti studi hanno messo in evidenza la diversità della religiosità tra genitori di prima generazione e i loro figli, nati in Italia o giuntivi ancora molto piccoli; il che non implica necessariamente una secolarizzazione dei giovani, ma anche una diversa analisi della religione che un contesto europeo necessariamente comporta.
Si riscontra, insomma, un progressivo distacco da un Islam «etnico» e l’affermazione di una relazione personale con la dimensione religiosa. I giovani musulmani non vedono più l’Islam come una mera riproduzione di pratiche religiose del paese di origine dei genitori in un nuovo contesto. L’appartenenza religiosa delle seconde generazioni si configura piuttosto come uno stile di vita legato a una scelta: scelta che aiuta a comprendere sé stessi e a sentirsi parte attiva della società.
Insomma, un ritorno all’autentica dimensione della religione e della fede, che non è né identità, né cultura, ma una relazione personale con Dio, una via verso di Lui.