Enrico Berlinguer e Aldo Moro, due tra i simboli più alti e rimpianti della Prima Repubblica

Stiamo assistendo, in forme diverse, alla riabilitazione della Prima Repubblica.
Non è un caso se, proprio in queste ultime settimane, si sia riacceso il dibattito intorno alla figura di Bettino Craxi ovvero la Rai ha trasmesso un film su Nilde Jotti, che ha avuto un riscontro importante in termini di interesse da parte del pubblico televisivo.
Gli Italiani, a distanza di trent’anni circa da Tangentopoli e, quindi, dal crollo della classe dirigente del Paese del secondo dopoguerra, stanno riscoprendo un pezzo importante della propria storia nazionale.
È ovvio che un simile atteggiamento nasce dai grandi scontenti e dalle forte disillusioni che si sono generati nel corso degli anni successivi.
Si sperava, mandando a casa i vecchi partiti del Novecento, che i mali atavici dell’Italia potessero essere eliminati ed, invece, si sono accentuati vieppiù.
In particolare, l’instabilità politica della Prima Repubblica non solo non è cessata, ma si è amplificata a dismisura nel ventennio successivo.
E, come ai tempi dei Governi di coalizione con democristiani e socialisti, chi ha tentato di mettere mano alla Costituzione, credendo di poter risolvere per via tecnico-giuridica le ragioni della mancanza di continuità nell’azione degli Esecutivi, è andato incontro ad una cocente sconfitta, come nel caso di Renzi che sul referendum costituzionale del 2016 si è giocato il Governo del Paese e la leadership del suo ormai ex-partito.
La qualità, più in generale, della vita democratica appare essersi abbassata: i vecchi partiti, a cui si potevano contestare molte contraddizioni e limiti significativi, garantivano comunque dei criteri di selezione ancora accettabili dei loro ceti dirigenti, contrariamente a questi della Seconda Repubblica, che in moltissimi casi sono ridotti a meri comitati elettorali.
Peraltro, con il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, è la politica stessa che ha perso il suo primato di un tempo sulle altre sfere del vivere sociale ed, in particolare, sull’economia.
Il rovesciamento dei rapporti di forza fra poteri economici e potere politico ha determinato ulteriormente l’allontanamento della pubblica opinione dalla partecipazione popolare, per cui due sembrano le conseguenze più ovvie: o l’astensione dal voto o l’adesione a piattaforme programmatiche di impronta populistica, che sono destinate a sgonfiarsi quando si scontrano con le difficoltà oggettive della gestione e del governo quotidiano della complessità.
Ed, allora, ben venga il dibattito storiografico non solo su una figura della Prima Repubblica, ma sull’azione di tutto il ceto dirigente – soprattutto – degli anni Ottanta e dei primissimi anni Novanta, perché forse così si può riannodare un filo prezioso che serve a dare continuità ad un percorso storico, che – altrimenti – rischia di procedere solo per strappi violenti e gravi discontinuità, che non aiutano – invero – la crescita della nostra seppur giovane democrazia.