La rivoluzione nella musica

Mercoledì sera ho assistito al concerto del I maggio tenutosi a Salerno. Un momento di grande partecipazione civile, con tantissimi giovani e non più tali. Un evento davvero riuscito. Si sono alternati gruppi eterogenei, ma sono emersi dei dati comuni di grande interesse nei testi musicali proposti

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La musica ha da sempre rivoluzionato il mondo, rivelando insospettabili doti anticipatorie, opponendosi ai processi involutivi di una società, sferzando un corpo politico spesso in grave ritardo o inadempiente rispetto alle istanze di rinnovamento culturale. Quando la musica è stata preveggente ha ammantato quelle previsioni di emozioni, introducendo categorie culturali delle quali, inevitabilmente, la società ha dovuto tener conto. Certo, essa può anche rivelarsi semplicemente consolatoria, ma in genere un buon testo e un buon ritmo possono travolgere le coscienze, plasmarle, toccare beneficamente gli animi, lanciare messaggi diretti e coinvolgenti, parlare al cuore delle persone, sviluppare anticorpi, costruire comunità e congiungere mani. Ne parlo sovente con i miei studenti, facendo loro degli esempi che possono testimoniare quanto ho appena scritto. Il caso di Aretha Franklin è davvero emblematico. La canzone Respect fu scritta e incisa dal grande cantante americano Otis Redding nel 1965. Redding raccontava nella canzone di un uomo che, al ritorno a casa dopo una dura giornata di lavoro, dovesse essere rispettato e preso nella dovuta considerazione dalla sua compagna, ma il testo non riuscì ad avere il successo che il produttore immaginava che potesse avere. Negli studi di registrazione fu invitata quasi due anni dopo una giovanissima Aretha Franklin a cui chiesero di reinterpretare la canzone di Otis Redding. La cantante afroamericana prese il testo e chiese qualche giorno di tempo per pensarci sopra. Ritornò negli studi con un piccolo, clamoroso, cambiamento nella struttura della canzone: non si trattava più un uomo che ritornava a casa dal lavoro e chiedeva rispetto, ma il suo esatto contrario, era una donna che al ritorno del suo uomo dal lavoro pretendeva il suo rispetto in quanto donna. La canzone fu incisa nel 1967 con questa modifica sostanziale e fu un clamoroso successo, al punto da diventare il grido di rivoluzione delle donne americane, uno dei testi sacri che accese la miccia della ribellione. L’emancipazione delle donne negli anni Sessanta fu fortemente condizionata da questa canzone, che nelle manifestazioni di piazza veniva cantata a squarciagola e, soprattutto, con grande convinzione dalle femministe. Era un testo empatico, travolgente nel ritmo, e tremendamente politico pur nella sua semplicità. Evocava la ribellione senza citarla, questo, forse, il suo grande segreto.

Piazza di Santa Teresa a Salerno: il pubblico, prevalentemente di giovani, prende posto lungo gli spalti dell’arenile per il concerto del I maggio

Mercoledì sera ho assistito al concerto del I maggio tenutosi a Salerno. Un momento di grande partecipazione civile, con tantissimi giovani e non più tali. Un evento davvero riuscito. Si sono alternati gruppi eterogenei, ma sono emersi dei dati comuni di grande interesse nei testi musicali proposti: a) c’erano temi prevalenti, come la precarietà, l’instabilità dei giovani, la mancanza di lavoro, lo smantellamento del welfare, i diritti sociali; b) il tema degli immigrati e la solidarietà verso di loro è stato un’altra questione tra le più trattate; 3) diversi testi si sono occupati dei giovani costretti a lasciare il Sud, tra malinconia e desiderio di restare per costruire proprio qui il loro futuro; 4) c’è stato il richiamo alla lotta alla mafia e a tutte le mafie. Insomma, quasi nessun ambito di questo nostro derelitto e magnifico Sud è stato dimenticato, ivi compresa la protesta dei giornalisti de la Città e dell’operaio licenziato e sfruttato. Pop, rock, musica popolare, racconti e prosa, da lì sono venuti i segnali dei giovani in fermento. Una cosa mi è apparsa evidente: la musica che abbiamo ascoltato era una spanna avanti alla politica, innovativa, impegnata, esprimeva la profondità dell’emergenza, la rabbia dei giovani, il desiderio di impegno civile, voglia di esserci e non di cercare il compatimento. I politici si fermino a pensare. Soprattutto quelli di sinistra. Quella musica è stata la nuova sinistra, che vuole recuperare i temi classici e perduti negli ultimi decenni e riproporli con chiavi di lettura vecchie e nuove nel contempo: il bisogno di essere comunità e di sentirsi tale, lo spirito solidale, il lavoro per tutti, la difesa dei diritti sociali, il bisogno di uscire dalla precarietà, il desiderio di restare nella propria terra e di viaggiare per il mondo intero per quel tocco di internazionalizzazione che oramai deve accompagnare i giovani. Un’iniezione di fiducia, un elettroshock per i pensieri deboli della sinistra fortemente penalizzata in sede di voto, ma desiderosa di riemergere. Prendano appunti i politici da questi giovani di un Sud che non vuole arrendersi e vuole riprendersi la scena, dopo essere scomparso dall’agenda delle questioni gravi e inderogabili del paese. Voglio smentire Guccini, con le canzoni si possono fare le rivoluzioni, o, se non proprio farle, prepararle.