La saggezza dell’essere vigilanti

L’espressione “Il Signore che viene” non si riferisce a un solo istante, ma implica tutte le occasioni della vita perché in ogni circostanza possiamo manifestare il nostro amore e prestare il nostro servizio

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Il vangelo di questa domenica invita a riflettere sulla vigilanza “pronti con la cintura ai fianchi e le lucerne accese”. Le lucerne sono il segno dell’attesa e dell’accoglienza, la cintura ai fianchi richiama l’uso dei lavoratori della Palestina che rotolavano le vesti per non essere ostacolati nel lavoro, o dei viandanti per camminare speditamente. Queste immagini ci fanno capire che la vita cristiana è un’attesa vigilante e responsabile del Signore che viene. Per enfatizzare la situazione Gesù aggiunge che il Egli viene come un ladro.
Gesù non tollera nei discepoli la paura perché il Regno non è una promessa, ma già un possesso e parlare del Regno significa parlare di Dio che si dona. Ne deriva, come logica conseguenza, il dono di sé a chi si vuole amare. Avere Dio ed essere di Dio, condiviso con gli altri, spinge a donarsi. Vivere in tal modo significa essere pronti, convinti che la vita è attesa di Dio, quindi é saggio imitare i servi della parabola che restano svegli fino all’alba non per dovere o paura, ma per amore. Si capovolge l’immagine del padrone perché questi si mette a fare il servo! Così il Signore si pone a servizio della nostra felicità, immagine usata solo da Gesù e che Egli ha testimoniato personalmente cingendo un asciugamano e lavando i piedi dei discepoli. Un padrone pieno di fiducia, che ci affida casa e chiavi, é la fortuna di noi servi.
Come? Quando avverrà?
Di solito pensiamo all’incontro definitivo con lui dopo la morte, perciò dobbiamo essere sempre preparati. Ma l’espressione “Il Signore che viene” non si riferisce a un solo istante, implica tutte le occasioni della vita perché in ogni circostanza possiamo manifestare il nostro amore e prestare il nostro servizio. Egli é in ogni fratello che ha bisogno di aiuto; perciò, chiudere la porta alla solidarietà significa non essere pronti per l’accoglienza.
In ogni momento è possibile sentire l’appello del Signore che invita, ciò comporta attesa e vigilanza, atteggiamento che esclude qualsiasi cedimento alla paura, generatrice di ansia. Ossessione ed angoscia sono sentimenti ben diversi dal timor di Dio, dono dello Spirito Santo, col quale manifestiamo rispetto e consapevolezza nei confronti della santità del Signore, che è anche nostro Padre. La paura causa inattività e genera indolenza mentre si è in attesa, esattamente il contrario di quanto s’intende col termine attendere: letteralmente tendere verso, cioè tensione verso il futuro che per noi cristiani acquista un volto ben preciso, quello di Gesù pronto ad abbracciarci esclamando: “vieni, servo buono e fedele “. È un futuro da vivere nell’oggi, gioiosi nel prestare servizio, cioè nel testimoniare i valori maturati dentro il nostro cuore, frutto di una scelta non eludibile: essere o avere? amore o possesso? condividere o accumulare per sé? servire o dominare? È la risposta a queste domande che rende vitale il senso dell’attesa.