La saggia scelta del posto a tavola

La liturgia di domenica I settembre ci ricorda che semplicità, discrezione, disinteresse devono far parte dello stile del cristiano; così si vive in modo autentico la festa, senza cedimenti alle apparenze perché ognuno accetta di stare al suo posto

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Gesù dimostra di essere un attento osservatore; invitato ad un banchetto, nota come si comportano i farisei nel guadagnare i posti migliori a tavola, racconta perciò una parabola per minare il sistema di valori al quale loro fanno riferimento. Questo passo evangelico aiuta a riflettere sulla concezione di Dio e dell’uomo. Rispetto alla ricerca di gloria e di potere, il Signore sollecita gesti di umiltà per rendere feconda la nostra capacità di relazione rinunciando alle cose che possediamo e alla considerazione di cui siamo circondati.
La prima lettura esorta ad essere saggi considerando le potenzialità dell’entrare in relazione con l’altro senza ricorrere alla forza. È il motivo per cui Gesù accettava volentieri inviti e utilizzava l’esperienza del banchetto come felice riferimento al Regno e occasione per esplicitare il paradosso di mettersi in disparte, il posto di Dio attento a fare compagnia agli ultimi della fila e non ai cacciatori di poltrone.
Gesù è venuto per servire e non per essere servito e con questi gesti capovolge la scala di valori. Infatti, Egli consiglia di bandire la tavola per i poveri, gli storpi, gli zoppi, i ciechi, tutti scarti che nessuno è disposto ad accogliere perché non sono in grado di ricambiare. E’ la manifestazione dell’amore in perdita proprio di Dio, senza condizioni o calcoli. Frequentare questa umanità secondo lo stile del Signore genera beatitudine perché ci si riempie della gioia stampata nel volto di categorie di persone che per loro indigenza dovrebbero apparire infelici.
Semplicità, discrezione, disinteresse devono far parte dello stile del cristiano; così si vive in modo autentico la festa, senza cedimenti alle apparenze perché ognuno accetta di stare al suo posto. Grati per i talenti ricevuti dal Signore, si è pronti a riconoscere che “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Gesù non descrive la prassi da seguire per rispettare il galateo; queste sue parole sono uno squarcio per contemplare la vita eterna. Egli commenta l’immagine del banchetto come evento escatologico che vede impegnati gli invitati a scegliersi un posto e il padrone di casa a pronunciare la sentenza finale nel valutare il rapporto intercorso fra uomo e Dio, giudizio del cuore senza cedere alle apparenze. Dunque, occorre umiliarsi, imitare Cristo che si è abbassato facendosi obbediente e comportandosi sempre come colui che serve.
La centralità del mediatore dell’alleanza nuova, come si legge nella seconda lettura, induce Paolo ad affermare nella lettera ai Filippesi: “abbiate gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. Quindi, l’umiltà diventa una questione di scelte, di atteggiamenti concreti, disponibilità ad uscire da noi stessi, abbandonare le nostre pretese di superiorità, pronti a tendere la mano ai fratelli e servire per amore e non per calcolo, senza attendersi vantaggi e onori, ma in piena gratuità perché il cristiano si pone agli antipodi rispetto alla logica utilitaristica del “nessuno fa niente per niente”.