La scandalosa carcerazione dell’avvocato Siniscalco

Il noto professionista, 74 anni, già consigliere comunale socialista tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, è rinchiuso in una cella del carcere di Fuorni, a causa di una legge liberticida, il cosiddetto “decreto spazzacorrotti”, concepita male e scritta peggio

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L'avvocato Marco Siniscalco, ristretto dal 12 febbraio nel carcere di Fuorni per una vicenda che risale al 2003

Dallo scorso 12 febbraio l’avvocato Marco Siniscalco, 74 anni, salernitano, già consigliere comunale socialista tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta dello scorso secolo, è rinchiuso in una cella del carcere di Fuorni, che divide con altri cinque detenuti, a causa di una legge liberticida, il cosiddetto “decreto spazzacorrotti”, concepita male e scritta peggio. In questa vicenda il cancro della malagiustizia c’entra, ma solo marginalmente: a incidere sull’esito è, piuttosto, la perversa deriva illiberale presa dalla politica giudiziaria del cosiddetto “governo del cambiamento”. In uno con l’approssimazione, o meglio l’ignoranza, dei legislatori (?) attualmente in carica. Perché Marco Siniscalco è in carcere, a 74 anni, per un dettaglio, una dimenticanza: se avesse avuto delle “norme transitorie”, come impone la più elementare tecnica (e civiltà) giuridica, la “spazzacorrotti” non sarebbe stata applicata al suo caso.
Ma il famigerato decreto Buonafede, entrato in vigore lo scorso 31 gennaio – udite udite – è privo di norme che regolamentano le cosiddette “situazioni in sospeso”. Come quella di Marco Siniscalco, il quale – se non interverranno fatti nuovi – dovrà farsi 3 anni e 2 mesi di cella per una sentenza di condanna per corruzione in atti giudiziari passata in giudicato ad aprile del 2018. I fatti per i quali l’avvocato Siniscalco è stato condannato risalgono al 2003, e già in questa scansione temporale c’è una prima anomalia. Quando la Suprema Corte appone il proprio definitivo sigillo alla vicenda il reato dovrebbe essere abbondantemente prescritto. Invece no. Invece, all’avvocato Siniscalco nei due precedenti gradi di giudizio è stata contestata una recidiva specifica, una vecchia condanna per analogo reato, che ha allungato della metà i termini della prescrizione. Tutto regolare, se non fosse per il fatto che la prima condanna di Siniscalco era arrivata al termine di un patteggiamento.
Ma andiamo avanti. Dalla pronuncia dei giudici del Palazzaccio di piazza Cavour – aprile 2018 – al decreto di esecuzione della sentenza passano 9 mesi. Per 270 giorni Siniscalco attende che il suo destino si compia, pronto ovviamente a richiedere una misura alternativa alla carcerazione, anche in ragione della sua età avanzata. Invece, silenzio. Solo il 9 gennaio 2019 alla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Napoli, competente perché nella vicenda era coinvolto un giudice di pace del Distretto salernitano, viene in mente il suo caso. Dal Centro Direzionale, quindi, parte un invito a costituirsi, al quale la nuova difesa di Siniscalco, composta dall’avvocato Carmine Giovine e dal professore Gustavo Pansini, oppongono, come prevede la prassi, la richiesta dell’affidamento in prova ai servizi sociali. A quel punto, la Procura generale dovrebbe ritirare l’invito a costituirsi e mandare Siniscalco a fare il volontario in un qualche centro per anziani. Invece non lo fa, perché nel frattempo, il 31 gennaio 2019, è entrata in vigore la cosiddetta “spazzacorrotti”, che per reati come quello per il quale è stato condannato l’ex consigliere comunale di Salerno prevede, in caso di giudicato, una sola pena. Il carcere.
A salvare Siniscalco dovrebbero essere le norme transitorie: ma in quel provvedimento non ce n’è traccia. Ed è quasi scusandosi che, l’11 febbraio, un sostituto procuratore generale di Napoli firma l’ordine di carcerazione, eseguito il giorno successivo. Ora all’avvocato salernitano resta un’ultima carta da giocarsi: un nuovo incidente di esecuzione – già proposto – in cui sul piano formale i suoi legali solleveranno la questione della irretroattività della legge, principio intangibile, fortunatamente a prova di qualsiasi “governo del cambiamento”. Sul piano sostanziale, Giovine e Pansini dovranno dimostrare che, in quella vecchia vicenda risalente a 16 anni fa, non c’era il coinvolgimento della criminalità organizzata e “la volontà di collaborazione” (proprio così) da parte del condannato. Capricci del giudice? Macché: lo prevede la “spazzacorrotti”, legge indegna di uno Stato di Diritto, pensata male e scritta con i piedi. L’udienza è fissata per il prossimo 9 maggio e, visti i tempi della giustizia italiana, Siniscalco può dirsi anche fortunato: avrebbero potuto rimandarlo a ottobre, o novembre, c’è voluta tutta l’autorevolezza del suo collegio difensivo per ottenere un termine più ravvicinato. Ed è veramente l’unico, timido, raggio di sole, in un tunnel nero come la pece.