La “Serva” riapre i conti con la magia del teatro

De Cristofaro rilegge magistralmente il capolavoro di Pergolesi

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Mentre Salerno usa tanti fondi soprattutto della Regione per kermesse e rassegne che nulla aggiungono, l’unica rassegna di un professionista che vive a Salerno si fa a Campagna

Se la compressione spazio-temporale di David Harvey è la pregnante sintesi connotativa della contemporaneità, il tempo e lo spazio ancora si dilatano, si sovrappongono e si intrecciano senza confini né restrizioni nella “radura” dell’arte. Può così capitare che un libretto d’opera del Settecento tre secoli dopo sia nuovamente musicato e rivisitato, con scene e costumi che ne ambientano la narrazione durante il Fascismo, usando come teatro una chiesa cinquecentesca riportata a nuova vita grazie a complessi lavori di ristrutturazione e innovative tecniche di restauro. Questo fantastico “melting pot” culturale è la premessa di un audace allestimento della Serva padrona, celeberrima opera musicata nel Settecento da Giovambattista Pergolesi sul libretto di Gennaro Antonio Federico, oggi rivisitata dal compositore Antonello Mercurio e dal regista Pasquale De Cristofaro. Lo spettacolo, coraggioso e innovativo, è andato in scena l’altra sera nella chiesa dell’ex Convento dei Cappuccini di Campagna, in uno spazio straordinario, evocativo di valori religiosi e laici, recuperato e salvato dall’incuria di anni di abbandono. La struttura conventuale sorge in uno dei centri più importanti della provincia di Salerno dal punto di vista storico e culturale, noto al grande pubblico per la “chiena” del fiume Tenza, artificialmente deviato nei secoli passati per ripulire le strade e oggi per alimentare il turismo. L’acqua d’altra parte è sempre stata il motore economico della città, feudo degli Orsini ai primi del XVI secolo, poi passato ai Grimaldi (1532) e sede di numerosi conventi, tra cui appunto questo dei Cappuccini, oggi proprietà del Comune. Proprio grazie alla lungimiranza di un’amministrazione sensibile e colta il Convento è tornato a nuova vita, dopo un attento restauro di cui il primo cittadino, l’architetto Roberto Monaco, ha seguito gli sviluppi con attenzione e competenza diretta. Le volte affrescate della chiesa, esaltate da un sapiente gioco di luci (curate da Maddalena Alfano, con la collaborazione tecnica di Francesco Ferrigno) e da un’efficace scenografia (ideata dal regista De Cristofaro e allestita da Luciano Cappiello con la direzione di Katja Moscato), hanno costituito una cornice visiva e una cassa armonica perfetta per l’ascolto in musica del testo settecentesco, tradotto in napoletano da Antonio D’Alessandro. La trama di questo piccolo capolavoro ha segnato l’inizio di uno stile narrativo poi replicato da altri librettisti, con personaggi tipici che ricordano quelli della commedia dell’arte e quella che oggi potrebbe essere una soap opera: il ricco e attempato signore (Uberto), la sua giovane e intraprendente serva, poi padrona (Serpina), il succedersi ritmico di battute, recitativi e arie, lo svolgimento di una storia d’amore in cui lo stratagemma, con la complicità di un personaggio silente ma fondamentale (Vespone), garantisce il lieto fine (il matrimonio dei protagonisti). La godibilità dello spettacolo è stata affidata alla bravura tecnica e interpretativa di tre eccellenti interpreti: il giovane Nicola Ciancio (Uberto), Annarita Gemmabella (Serpina) e Nando Citarella (Vespone), accompagnati con grande efficacia da Marco De Gennaro ed Ernesto Pulignano, che hanno eseguito magistralmente la trascrizione per due pianoforti della partitura di Mercurio (che ha diretto l’opera in posizione strategica per gli interpreti, ma senza essere notato dal numeroso pubblico presente in sala). La contaminazione musicale è stata il fil rouge dello spettacolo, con il passaggio da sonorità melodiche e armoniche novecentesche intervallate da stili musicali diversificati (tra cui il Jazz), in un imprevedibile susseguirsi ritmico di musica “colta” e “profana”, con dei riusciti riferimenti aggiuntivi a Roberto De Simone ed Ettore Petrolini. Alla contaminazione musicale ha fatto eco quella teatrale e scenica, a partire da un richiamo esplicito all’allestimento strehleriano dei Giganti della Montagna di Pirandello: un teatro di burattini (mimati da Alessandro Tedesco, Michela Ventre e Gabriele Bacco) ha accompagnato l’azione dei tre cantanti-attori, costituendone una rappresentazione icastica, quasi a volere suggerire come ogni storia sia in fondo determinata da un gioco che si svolge a prescindere dalle intenzionalità dei protagonisti, strumenti inconsapevoli di meccanismi occulti che ne governano i movimenti. Un’idea rafforzata dal richiamo alla celebre scena del mappamondo de “Il Grande Dittatore” di Charlie Chaplin e dai costumi di scena (curati da Massimiliano Costabile) legati al periodo fascista, i cui toni connotano l’eloquio imperioso di Uberto, un padrone ridicolizzato dalla sua serva che ne diventa a sua volta padrona. Una cornice tematica e scenografica che, metaforicamente, sembra sottolineare la vuotezza roboante di ogni sistema di potere, di cui la libertà e la cultura sono una delle vittime più illustri, ma che, ieri come oggi, è destinato a essere infine giocato e sopraffatto dai suoi stessi meccanismi.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)