“La democrazia è il male peggiore, peggio del tumore”. Così’ Licio Gelli, nato come imprenditore di materassi e successivamente con la creazione della famigerata Loggia Massonica” Propaganda 2” divenuto “il grande burattinaio d’Italia”, etichettava in maniera lapidaria la più antica forma di potere al popolo.
Nel 1978 i giudici Gherardo Colombo e Giuliano Turone non avevano ancora scoperto la P2 né la magistratura era al corrente delle gravi macchinazioni e del filo rosso che univa il piano eversivo con molti degli eventi stragisti e intimidatori che dalla fine degli anni sessanta con la strage di Piazza Fontana e per tutto il decennio settanta-ottanta hanno insanguinato l’Italia.

Il drammaturgo Aldo Nicolaj

Il 1978, oltre all’anno del delitto Moro, dei tre Papi, uno dei quali, Papa Luciani, scomparso in circostanze mai del tutto chiarite, è l’anno che vede la pubblicazione di uno dei testi teatrali che maggiormente mette in evidenza lo smarrimento intellettuale di una borghesia confusa, instabile ed illuminata a correnti alternate sempre più incerta e divisa tra la paura di soccombere ed un’ angoscia inconscia di una destabilizzazione politica in agguato; “La signora ed il funzionario” di Aldo Nicolaj, commediografo e drammaturgo fossanese, è un’opera in un atto unico che, attraverso uno stile temperato di ironia e con un ritmo incalzante costituito da una lunga e serrata conversazione tra i due protagonisti, rivela al lettore contemporaneo a quegli anni ed a quello dei nostri giorni la pochezza culturale e sociale di una società borghese poco preparata ad un’autonomia di pensiero e sempre meno capace di possedere una propria identità. Una signora distinta, piazzandosi prepotentemente nello studio di un funzionario di quinto grado e facendogli credere di un imminente golpe in atto, riesce a far affermare a quest’ultimo il contrario delle sue idee e delle sue convinzioni in un sapiente gioco autodistruttivo che sfiora l’alienazione. La falsità della notizia del Golpe, unita anche a quella di un’inesistente registratore con la quale la signora aveva fatto credere all’impiegato di aver registrato le sue idee non proprio conformi con l’ordine democratico dello Stato, faranno riappacificare entrambi in un velo di rassegnazione poiché tutto rimane immutato.

Il regista Marcello Andria

Nei giorni del 4 e del 5 maggio 2019, la “Compagnia dell’Eclissi” ha messo in scena il testo di Nicolaj presso il Teatro Genovesi di Salerno. Dopo essersi confrontato con un testo molto controverso di Vitaliano Brancati come “La Governante” e dopo aver messo in scena un’ opera di Eduardo De Filippo come “Quei due”” e di Luigi Pirandello come “O di uno o di nessuno”, il regista Marcello Andria, supportato dalla direzione di scena di Angela Guerra, ha affidato ai due attori protagonisti, Enzo Tota e Marica De Vita, le parti del Funzionario e della Signora.

La “Signora” irrompe prepotentemente nella vita tranquilla di un funzionario di quinto grado ed attraverso un’incalzante e tormentata  conversazione a tratti amichevole, a tratti minacciosa ed intimidatoria, lo induce a manifestare le sue idee sulle scottanti questioni dell’Italia contemporanea di quegli anni.   Egli afferma il suo pensiero ma lo smentisce categoricamente.

Ne “La signora e il funzionario” opera del drammaturgo Nicolaj, lei, Marica, interpreta il ruolo femminile. Il personaggio de “La signora” è misterioso, ineffabile, subdolo, quasi provocatorio che contrasta il funzionario, personaggio umile e dimesso, simbolo di una borghesia non ancora del tutto matura e  illuminata a correnti alternate. Cosa dell’indecifrabile natura del suo personaggio l’ha maggiormente affascinata e cosa di esso è stato più arduo trasmettere mediante la recitazione?

La chiave per intendere il testo è quella di un gioco, come ha messo in evidenza Marcello Andria. Perciò non scomoderei l’aggettivo ‘indecifrabile’ per qualificare la signora, che è piuttosto sorniona, ‘felina’ nel suo gioco con il gatto-funzionario. Non ha uno scopo da raggiungere, deve solo passare un po’ di tempo, come se giocasse a scacchi o a burraco, prima di andare prendere un caffè con l’amica: il personaggio perciò non è fatto per affascinare, bensì per irritare. Tutto il battibecco è, anzi, fine a sé stesso e deve scuotere il perbenismo del funzionario; una figura non matura o illuminata, ma solo pigra e frustrata, uno dei tanti lavoratori alienati e demotivati di tutti i tempi e di tutti i “ministeri”, che aspettano solo il “la” per dare il via allo sfogo delle recriminazioni contro i colleghi, il principale, le rispettive famiglie. Forse è stato un poco difficile entrare in questo meccanismo di “botta-e-risposta” assolutamente privo di implicazioni psicologiche e da   reinventare ogni volta ex novo, prova dopo prova, sera dopo sera. Proprio per questo, però, il gioco è stato anche una sfida meravigliosa.

Il regista Marcello Andria, in una nota alla sua regia, scrive: “Con ghigno sardonico e moderata indulgenza, Nicolaj mette sotto osservazione, con lo sguardo lungo del pessimista di fondo, gli immarcescibili costumi nazionali. Ma l’omaggio che la Compagnia dell’Eclissi rende al drammaturgo di Fossano per l’imminente centenario della nascita vuol essere soprattutto la rappresentazione di un gioco teatrale che si avvale di una scrittura fluida e arguta oltre che di una solida costruzione drammaturgica”. Quanto è stata essenziale una lettura personale ed un adattamento moderno ad un testo come quello di Nicolaj come quello apportato del regista salernitano?

Direi che l’adattamento scenico e le scelte registiche di Marcello Andria sono state fondamentali ai fini della buona riuscita dello spettacolo. Il testo di Nicolaj è figlio di un’epoca (la fine degli anni Settanta) e di problemi (la guerra fredda, il terrorismo) di cui soprattutto gli spettatori più giovani non sono in grado di avvertire la drammaticità; di qui la necessità di eliminare alcuni riferimenti alla cronaca politica del tempo e il complessivo ‘alleggerimento’ della commedia, che si è trasformata da satira politica tout court a satira di una situazione psicologica (la frustrazione del funzionario-tipo) sempre attuale. Nella direzione della leggerezza e dell’essenzialità sono state compiute anche le scelte relative alla scenografia e alla colonna sonora. Il sipario si apre infatti su una scena che non è il   tipico  “interno di ufficio” ma un ambiente più che altro simbolico, costituito solo da una scrivania vuota, un telefono, due sedie: simbolici sono inoltre i pilastri che circondano la scena che rappresentano, nello stesso tempo, le “sbarre” della ripetitiva quotidianità in  cui è rinchiuso il funzionario e i limiti di un “ring” immaginario in cui si svolge il “match” con l’agguerrita signora. Le musiche, peraltro abbastanza note (The Typewriter di Leroy   Anderson; First Song della Boston Typewriter Orchestra), sono coerenti con l’atmosfera di gioco paradossale che si svolge sulla scena. A scandire il ritmo è il rumore dei tasti di una macchina da scrivere, altro oggetto-chiave della vita da ufficio in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Con questi accorgimenti la commedia ha mantenuto la sua brillantezza senza perdere mordente; il suo obiettivo resta quello di suscitare una risata a denti stretti su fobie e pregiudizi di chi è chiuso nel suo piccolo mondo.

Marica De Vita ed Enzo Tota in un momento dello spettacolo diretto da Marcello Andria e prodotto dalla Compagnia dell’Eclissi

Può raccontare alcuni aneddoti, se ce ne sono di interessanti, riguardo la preparazione de “La Signora ed il funzionario”? Ha rilevato un diverso percorso  rispetto ad altri allestimenti portati in scena in questi mesi da “La Compagnia dell’Eclissi”?

La sobrietà e l’eleganza sono gli obiettivi che guidano anche le altre produzioni della Compagnia dell’Eclissi; altrettanto si può dire per la scelta di alcuni oggetti-simbolo che compaiono sulla scena e che sono fortemente rivelativi del significato dell’intera azione portata sul palco. Così è per il ring entro cui si svolge il battibecco della signora e il funzionario; ma così è anche per il gioco della dama all’inizio e alla fine di “O di uno o di nessuno”, tipico gioco drammatico, pirandelliano, fra due amici che si scoprono rivali.   Direi che l’allestimento della commedia è perfettamente coerente con le scelte registiche e scenografiche degli altri spettacoli della Compagnia.

Il suo personaggio non esiste, ma è pura visione onirica partorita dall’inconscio vulnerabile e confuso del funzionario; una sorta di “coscienza umana e civile” che incita la classe cosiddetta privilegiata e borghese alla lotta di classe ed al sovvertimento dello Stato. Il tutto non può che terminare con un sogno, l’eterno sogno della lotta armata. Troppo estrosa come interpretazione?

A mio avviso si tratta di un’interpretazione forzata, perché non ho riscontrato nelle battute della signora un’esortazione alla violenza né un qualsiasi messaggio rivolto al funzionario. Ripeto che il significato del personaggio non è in ciò che dice ma in come lo dice,   autocontraddicendosi e cambiando continuamente opinione perché ciò che conta per lei è spiazzare l’interlocutore. Forse, ma anche questa è un’interpretazione forzata, in lei si proietta la caparbietà della donna che ha imparato a stare sola e che vuole a tutti i costi “fregare” gli uomini. Ma neppure questo direi. Si tratta di un gioco, la signora ride del funzionario e anche di sé.

Se Nicolaj riscrivesse il suo testo ai giorni nostri, di cosa pensa sarebbero costituiti i dialoghi del suo personaggio? Quali argomenti, quali mancanze farebbe osservare questa affascinante signora ad un professionista impiegato in un ruolo strategico di un Palazzo di potere?

Credo che se il dialogo fosse ambientato ai giorni nostri un peso determinante avrebbero internet, gli smartphone e i social media (facebook etc) che ormai fanno parte della nostra vita innescando una serie di dipendenze, a cui i funzionari e in generale chi si dedica ad un lavoro monotono e ripetitivo è più che mai esposto.