La Storia un bene comune, se è ignorata si vendica

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Già da qualche giorno circola un appello in difesa della storia – i cui primi firmatari sono Liliana Segre, Andrea Camilleri e Andrea Giardina – fortemente critico verso tutte quelle decisioni ministeriali tese a cancellare gradualmente la conoscenza del passato e il suo approfondimento critico. Vi è un filo conduttore in esso enunciato sin dalla prime frasi che ne chiarisce fini e propositi: “La storia è un bene comune. La sua conoscenza è un principio di democrazia e di uguaglianza tra i cittadini. È un sapere critico non uniforme, non omogeneo, che rifiuta il conformismo e vive nel dialogo”. Oggi più che mai è necessario recuperare, proteggere e diffondere l’idea e i contenuti della ricerca storica volta a studiare, alla luce di una idea forte di rispetto filologico delle fonti e di adesione a un rigoroso concetto di conoscenza critica, tutto ciò che il passato, nel bene e nel male del suo svolgersi, trasmette al presente. Non si tratta di un appello retorico, né di una preconcetta polemica ideologica. Ciò che denunciano i tanti intellettuali – categoria non gradita e spesso costretta nel passato al silenzio da dittature più o meno violente e portatrici di morte e di sterminio – che hanno aderito all’appello non è solo il dileggio  insofferente verso tutto ciò che si richiama al valore pedagogico e simbolico degli eventi storici, ma è un preciso disegno che tende a privilegiare e anzi ad arricchire una forma di comunicazione che rifugge da ogni esame critico e da ogni controllo di veridicità della fonte, come avviene ormai da anni (con un processo sempre più inarrestabile) con il virale diffondersi di false notizie e di altrettanto false rievocazioni dei fatti storici. Al posto della storia si fa strada la notizia costruita ed illustrata da pseudo-esperti che invade, grazie ai social, la vita di milioni di persone e che li convince sulla nocività dei vaccini o sull’equiparazione tra partigiani (non solo italiani ma di tutti i paesi europei occupati dagli eserciti di Mussolini e Hitler) e comunisti. Di qui la strada è spianata verso l’offesa e la cancellazione di quegli eventi che furono all’origine del risorgere dell’Europa dalle ceneri della guerra e dei forni crematori di Auschwitz. Anche per questo l’appello per la storia stigmatizza con forza il tentativo ben evidente dell’attuale governo di togliere spazio alla storia e al suo insegnamento nelle scuole e nelle università, come dimostra l’abolizione della prova di storia nell’esame di maturità, la diminuzione sempre più evidente delle cattedre universitarie di discipline storiche, il blocco del reclutamento di giovani ricercatori.  L’appello si chiude con un monito che induce a riflettere e a reagire a questa opera dissolutrice della storia e della sua funzione: “Ignorare la nostra storia vuol dire smarrire noi stessi, la nostra nazione, l’Europa e il mondo. Vuol dire vivere ignari in uno spazio fittizio, proprio nel momento in cui i fenomeni di globalizzazione impongono panorami sconfinati alla coscienza e all’azione dei singoli e delle comunità”. Finisco col rammentare il monito di uno dei più grandi storici europei del secolo passato, Lucien Febvre. “Non ignorate la storia, se la si ignora si vendica”.