Telecom, lo “gliuommero” e il medioevo della tecnologia

Da quasi due giorni senza web per un guasto alla centralina di zona: riflessioni semiserie di un internauta che non rimpiange i tempi in cui "si stava peggio"

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In una trentina d’ore avrò chiamato una quindicina di volte il 187. Voci educate, ragazzi che si guadagnano la pagnotta sforzandosi di essere gentili. E ci riescono. Ma nessuno di loro può aiutarmi a uscire dal medioevo tecnologico in cui siamo sprofondati io, la mia famiglia e – stando a quanto mi ha riferito stamattina una di queste voci, con uno spiccato accento sardo – “altre 45 utenze” della zona in cui abito. A ridosso del centro di Salerno, mica in una landa ghiacciata della Groenlandia. Mi ripetono, da due giorni, che “i tecnici sono al lavoro”. Ieri, uno con marcata inflessione romanesca, mi ha anche detto di che problema si tratta. Ma non sono in grado di ripeterlo, perché ha usato un termine impronunciabile e dall’etimo misterioso. M’è sembrato (ma naturalmente mi posso sbagliare) di sentire una cosa simile a “gliuommero”. O perlomeno mi è piaciuto pensarlo, io che non sono un nativo digitale: i fili che, improvvisamente, si ribellano e cominciano a imbrogliarsi tra di loro. Creando uno gliuommero, appunto. Confesso il mio debole per le rivolte, e sono solidale con tutte quelle in atto. Però vivo con molto disagio la mia condizione di sconnesso per un guasto alla centralina Tim da cui partono i fili (lo gliuommero) che, una volta raggiunta casa mia, mi collegano al mondo con un semplice clic del mouse. Così come lo contrae, condannandoci a un eterno presente quando funziona, la civiltà tecnologica dilata il tempo in caso di (sua) defaillance. E’ passato, in fondo, un giorno e mezzo, ma a me è sembrato un mese. E, in effetti, tanto dev’essere trascorso: se hai la sfortuna di rimanere sconnesso per 24 ore, poi devi recuperare una tale quantità di dati, informazioni, stimoli, percezioni, che prima della rivoluzione digitale venivano prodotti e circuitati, e si sedimentavano, nell’arco di una trentina di giorni. Quanti post sono sfilati sui social? Quante interazioni mi sono saltate a causa del black out? Quante notizie mi sono perso? Quante mail non ho potuto scrivere, né ricevere? Una valanga. Non cedo alla tentazione del facile giudizio morale. La tecnologia è una grande opportunità. Ha reso il mondo più piccolo e, di questo sono certo, più libero. E mentirei per la gola se dicessi che oggi che non posso navigare, chattare, lavorare, leggere e inoltrare la corrispondenza rimpiango i tempi della macchina per scrivere, del fax e dei dimafonisti che raccoglievano i pezzi al telefono e tu dovevi fare lo spelling, in cui O era sempre Otranto, D Domodossola e h Hotel. No, non li rimpiango affatto: si stava peggio quando si stava peggio. Sono arrabbiato il giusto, non abbastanza da mettere in discussione tutto. Però continuo a sbirciare con trepidazione il modem, speranzoso che le due lucine finali da rosse ridiventino finalmente verdi. E mi riammettano nel mondo da cui sono stato brutalmente escluso da uno gliuommero. Ultima, disperata rivolta del mondo premoderno contro la (noiosa, ma tremendamente efficiente) perfezione della civiltà.