La vera sapienza

La liturgia della parola di domenica 8 settembre ci ricorda che Gesù non è un individuo qualsiasi, ma l’appello definitivo alla salvezza; è necessario quindi mettere in pratica il suo invito: “chiunque non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo”

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A tanti, cristiani e non, che vivono le esperienze del momento, forse andrebbe rivolto il rimprovero che nell’Apocalisse è indirizzato alla comunità di Laodicea (Apocalisse 3,15-20): “conosco le tue opere; tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma, poiché sei tiepido, sto per vomitarti dalla mia bocca, ecco, io sto alla porta e busso!” Per evitare questo rischio la liturgia di questa domenica invita a pregare per ottenere il dono della sapienza del cuore.
Come si afferma nella prima lettura, essa non s’identifica con l’erudizione o la scienza, dalle quali scaturisce la conoscenza, ottenuta grazie all’indagine razionale condotta con metodo, e l’esperienza che solo la vita può dare. Si tratta, invece, di un sapere particolare, in grado di orientare l’esistenza, sapienza che induce ad agire perché guida nelle scelte quotidiane; mentre possedendo solo scienza ed erudizione si vive senza orientamenti perché non forniscono una guida sicura.
Il Vangelo traccia le caratteristiche della sapienza cristiana: scelta definitiva e fondamentale di Gesù, non solo la dottrina, ma la persona; opzione esistenziale che si manifesta con la disponibilità ad affidarsi totalmente a Lui (Lc 14, 25-33). Gesù non è un individuo qualsiasi, ma l’appello definitivo alla salvezza; è necessario quindi mettere in pratica il suo invito: “chiunque non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo”. Non gli si può anteporre nulla. Egli è il vertice della scala dei valori, condizione descritta con la sconvolgente espressione “se uno non odia suo padre”, espressione resa non molto bene in italiano perché il verbo greco misein in questo contesto andrebbe tradotto con amare di meno, a conferma che una sola è la scelta fondamentale perché non si possono servire due padroni: Gesù o mammona, Gesù o la carriera; non possono esistere due assoluti.
La comprensione di questo brano del vangelo di Luca diventa più facile se si considerano i versetti che lo precedono e lo seguono. Immediatamente prima Gesù propone la parabola degli invitati al banchetto. Costoro declinano e per giustificarsi ricorrono a scuse banali; non si sono resi conto della serietà e della radicalità dell’invito; pur ritenendo importante seguirlo, non sono disposti a rinunciare a concreti interessi. Immediatamente dopo Gesù utilizza la similitudine del sale che ha perso sapore per descrivere il discepolo che non ha capito e così, perso il fervore, si barcamena per forza d’inerzia.
Con parole dure da apparire addirittura scoraggianti, Gesù invita a riflettere prima d’impegnarsi con Lui per non rimanere delusi. Lo chiarisce raccontando le parabole della torre e del re. Accettare il Regno non è cosa da poco, significa entrare nella vita vera oltrepassando la porta stretta. Dunque, alla luce dell’esperienza cristiana, il sapiente non si lascia travolgere dalle cose, ma esalta il primato della coscienza illuminata da Dio, non rischia il tutto per la parte, il provvisorio per l’eterno; non sacrifica ciò che è importante per correre dietro a ciò che appare ammiccante.