Il dramma delle foibe e l’esodo della popolazione italiana dall’Istria e dalla Dalmazia, ormai parte della Jugoslavia titina, è stato a lungo sottaciuto e sottovalutato dalla ricerca storica in Italia, oltre che dalla politica. Negli ultimi anni, fortunatamente, la situazione è profondamente mutata, anche a seguito dell’istituzione, nel 2004, del Giorno del Ricordo. Eppure ancora si avverte la necessità di esplorare alcuni aspetti meno noti di quelle dolorose vicende, ad iniziare dal comportamento di ampi settori del mondo politico italiano. Comportamento a volte complice, spesso omertoso su quanto era accaduto in Istria e Dalmazia, certamente debole in occasione della discussione del trattato che avrebbe dovuto regolamentare la spinosa questione del confine orientale.

È questo, senza dubbio, l’aspetto più interessante del libro di Francesco Casale (Il Giorno del Ricordo: genocidio, esodo e mutilazione della Patria), un testo che non si limita a ricostruire le vicende storiche delle regioni poi annesse dalla Jugoslavia e, naturalmente, sull’eccidio degli italiani negli ultimi mesi di guerra e nell’immediato dopoguerra, ma ha il pregio di puntare l’attenzione sul ruolo che ebbero le forze di sinistra – ed in particolare del Partito Comunista Italiano – nella complessa vicenda giuliano-veneta e, più in generale, la politica italiana nel percorso che portò alla firma del trattato di Osimo. Una firma che chiuse definitivamente sotto il profilo giuridico-politico la vicenda giuliano-dalmata, ma certo non sanò le ferite profonde della nazione. Anzi, probabilmente finì con l’incancrenirle.