L’accumulo dei beni non è vera felicità

La liturgia della parola di domenica 4 agosto ci ricorda che Gesù invita a concentrarsi non nel bazar delle cose da possedere, ma a vivere tra persone con le quali intessere relazioni fraterne

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Le vacanze sono un periodo di ristoro del fisico, ma anche occasione per riflettere. Questa domenica la liturgia della parola regala una grande lezione di vita, attualissima perché valida per tutti le categorie sociali, l’1% dei ricchissimi nel mondo e anche per gli scarti che vivono d’invidia per la ricchezza altrui. A Gesù è rivolta la richiesta di pronunziarsi circa la divisione dell’eredità tra fratelli; rifiuta ritenendo che la sollecitazione sia frutto di avarizia e mette in guardia: “Fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia”, severo richiamo contro l’ingordigia dell’accumulo perché «Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni»”. Egli ricorda a tutti che sono fratelli e invita a rivolersi al Padre; per rendere evidenti questi insegnamenti racconta la parabola che vede protagonista un ricco insipiente, il quale non conosce il vero significato della vita.
Già nella prima lettura Qoèlet enumera le aporie di un’esistenza fatta di continue preoccupazioni per riempire i propri forzieri che, alla fine, si è costretti a lasciare a chi non ha lavorato per costruirli. Stoltezza dell’uomo ricco! Questi intravede il benessere nel possesso di cose che non hanno mai mantenuto fede alle promesse di felicità, incapaci di colmare il cuore di vera gioia. Infatti, il ricco della parabola raccontata da Gesù è tremendamente solo, parla con se stesso perché incapace di relazioni interpersonali, quindi precipitato in una condizione d’irriducibile povertà interiore. Il fantasma della morte al termine del racconto proietta la fine ingloriosa già presente nella vita di un individuo morto agli altri.
Nell’orizzonte dell’uomo della parabola non c’è posto per il “tu”, precipitato nel magone che aveva contrassegnato Adamo, che dispone di tutte le cose, ma si percepisce drammaticamente solo al centro del suo deserto di relazioni, avviluppato da un “io” ossessivamente impegnato a demolire e costruire. Egli ha dimenticato che a far ricchi veramente è la vita donata, mentre chi accumula “per sé” lentamente muore e non partecipa della gioia prodotta dall’amore. Ecco perché questo ricco non ha un nome proprio, il denaro ha divorato la sua identità; ritiene che l’uomo valga quel che guadagna o sarà capace di guadagnare; parla di se stesso, cerca solo il proprio benessere. Nel commentare il suo progetto di vita Basilio Magno commenta: “E se poi riempirai anche i nuovi granai con un nuovo raccolto, che cosa farai? Demolirai ancora e ancora ricostruirai? Con cura costruire, con cura demolire: cosa c’è di più insensato?” La rivoluzione di senso è data dal Vangelo annunciato in un ambiente, la Palestina di duemila anni fa, dove si riteneva che la ricchezza fosse una benedizione divina e il povero maledetto. Invece il Dio di Gesù è completamente diverso. I veri granai fecondi di bene sono “le case dei poveri” seconda la regola evangelica del condividere, visione proposta da Gesù nel “Padre Nostro”. Egli non disprezza i beni della terra, problematico è l’uso che se ne fa.
I magazzini ricolmi, dove si ammucchiano i raccolti, sono privi di calore umano se il ricco proprietario non è disposto a condividere cosa vi custodisce e che potrebbe veramente animare la festa. Organizzare un banchetto per un solo convitato non conferisce gioia: il divertimento diventa impossibile, il riposo risulta noioso, il cibo solo calorie che ingrassano minacciando la salute. Gesù è categorico nel condannare la follia dell’egoismo, al ricco rivolge l’epiteti di “scemo”, se si traduce letteralmente l’aggettivo reso con “stolto” – denotando tutta l’ironia nel riportare le decisioni di un uomo che pensava di ragionare scegliendo il meglio per sé – perché “Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio” si legge alla fine della parabola.
Gesù invita a concentrarsi non nel bazar delle cose da possedere, ma a vivere tra persone con le quali intessere relazioni fraterne. È il segreto di una esistenza radicata nella profondità del Vangelo del Regno, apprezzato se disposti a provarlo concretamente per evitare che, dopo tanto sudore e spreco di risorse, si rischia di trovare solo ragnatele nascoste nella polvere di stelle di desideri e aspirazioni ormai inservibili, inganno per un’anima alla ricerca di luce