Patti infranti e nuovi equilibri
Pasquale era andato a lavorare alla SNIA Viscosa da ragazzino e da ragazzino aveva iniziato ad armeggiare con filo, rocchetti, tessuti.
Avrebbe potuto fare il sarto per quanto gli piacevano le stoffe, e invece aveva preferito andare a lavorare in fabbrica, a differenza di Carolina, che sarta era diventata, non dimenticando quel patto che fino da bambini la legava a Pasquale. Da quando avevano iniziato a cucire gli abiti per tutte le bambole delle bambine del quartiere.
“Da grandi creeremo abiti belli e colorati, d’inverno e d’estate. Nessuno ci fermerà” – si erano detti.
Pasquale si era fermato invece e avere infranto il patto gli era costato l’amore di Carolina, non la sua amicizia, tanto che tutti i giorni le portava qualche rocchetto di filo, dei campioni di tessuto dalla fabbrica, recuperandoli tra gli scarti di produzione.
Senza dimenticare di sceglierli bene.
Carolina ne era contenta, sapeva così di poter contare sull’affetto incondizionato di Pasquale, e questo bastava per rendere la sua vita serena.
Rabbia per lui non provava più.
Rocchetti e stoffe
Non che fossero tutti adatti i rocchetti di filo che Pasquale le regalava.
Spesso il filo si spezzava facilmente e più che imbastire non si poteva, ma quando capitava che il filo fosse di viscosa era festa per Carolina.
Finalmente poteva rifinire a mano un bavero, una tasca.
Ci teneva che le sue clienti dicessero che il capo era stato lei a cucirlo.
Quel filo serico era la sua firma.
Le piaceva vedere stampati nei loro occhi lo stupore prima che lo proclamassero a parole.
Era bello vedere indossare le sue creazioni mai banali e sempre colorate.
Amori da poco
Suo figlio e suo marito invece erano disturbati dall’ossessivo pedalare della macchina da cucire.
Non capivano che quello per lei non era un rumore molesto.
Non sentirlo, al contrario, le creava non pochi problemi.
Voleva dire che il suo tempo utile, quello del lavoro e quello dello svago, era terminato senza che lei lo avesse fissato attraverso un nuovo abito.
Facendola sprofondare nell’infelicità.
Pasquale
Pasquale a differenza sua aveva scelto di non sposarsi e ogni malumore di Carolina lo curava con un nuovo tessuto, con un nuovo filato, senza che ne parlassero tra loro, se non di prima mattina quando Pasquale la chiamava per raccontarle degli ultimi arrivi.
Glamour per tutti
Le signore del palazzo e pure quelle del basso venivano a farle visita tutti i giorni.
A Carolina riusciva facile trasformare i tessuti più ruvidi in nuvole leggere, al punto che la seta, al confronto, sembrava uno straccio da niente.
Il giogo dei colori
Verde Tiffany, Ottanio, Rosso Carminio, Giallo Lime, Fragola, non erano per lei e per loro colori stagionali, né passioni momentanee.
A lei piaceva colorare la vita tutti i giorni e le sue clienti  volevano interrogarla su linee, tessuti, tagli, avide di conoscere ogni cosa.
Accanto alla macchina da cucire c’erano riviste su riviste.
La pila si alleggeriva da sola.
Tutte le signore ne portavano via una.
Il lieto fine
Pasquale era finito in prigione e la vita di Carolina era cambiata.
La telefonata del mattino era stata sostituita dalla visita settimanale a Poggioreale, per il resto del tempo Carolina  continuava a cucire come aveva sempre fatto.
Adesso si era messa a lavorare la juta e il laboratorio era diventato grande.
La SNIA le inviava a casa i tessuti e se non fosse stato per Poggioreale avrebbe quasi potuto sentirsi soddisfatta.
Del marito e del figlio, uccisi da Pasquale, non sentiva la mancanza.
La crudeltà con cui le avevano distrutto la macchina da cucire era un dolore molto più acuto della loro morte.
Pasquale aveva fatto tutto da solo, gli era bastato vederla piangere.
Con un’ascia era entrato in casa sua e li aveva fatti a pezzi, davanti a lei, poi era andato a costituirsi dai carabinieri.
Il comandante della stazione conosceva bene tutti.
Nessuno di loro si era mai allontanato troppo da lì.
Aveva scritto il verbale senza che Pasquale aprisse bocca e senza che ci fossero altre persone presenti.
Pasquale aveva continuato a fare scena muta al processo.
L’avvocato difensore aveva chiesto e ottenuto la seminfermità mentale.
Dieci anni con la condizionale.
“Erano troppo stupidi per vivere – si erano detti, a denti stretti per non farsi sentire, Pasquale e Carolina, toccandosi per un attimo le punte delle dita attraverso le sbarre, in tribunale.

Nella foto, la Snia Viscosa: per i napoletani un contraddittorio luogo del cuore