«L’angoscia da virus è fuori dalla realtà»

Lo psichiatra Egidio T. Errico: «I numeri sono presentati in modo da distorcere la verità. E attenti al “godimento del potere” nel controllo della libertà»

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Quando il potere incrocia la sfera della vita individuale e collettiva, siamo nel campo minato della biopolitica, come spiegava Michel Focault. «Qualsiasi provvedimento di un’autorità – avverte lo psichiatra Egidio T. Errico-, sia pur per motivi legittimi e riconosciuti dalla Costituzione, per il contenimento dell’emergenza e quindi alla protezione della salute della collettività, può scantonare in un controllo delle libertà individuali».
Lei ritene giustificato il clima allarmista o no?
Messa così, non posso dare una risposta netta. Sicuramente sappiamo tutti che questa epidemia esiste e ha cominciato a trasmettersi di persona in persona attraverso la via aerea, localizzandosi prevalentemente a livello respiratorio, dove può provocare degli effetti. Tra l’altro non in tutti: la prova è data dal fatto che la maggior parte dei contagiati, i cosiddetti positivi, non si ammala. Quindi non esiste forse nella dimensione con la quale viene presentato.
Cosa intende?
Voglio anzitutto precisare che sono medico psichiatra e pratico la psicoanalisi, do una lettura a questo livello. Non posso darne una lettura epidemiologica, e per questo mi attengo ai dati del ministero della salute. Per quanto riguarda questi dati, in Italia sono stati effettuati circa 8 milioni di tamponi. Di questi 8 milioni ne risultano positivi circa 300.000, che corrispondono ad una percentuale che va dal 3 al 4%. Ma dire 300.000 positivi, giusto per dire come viene trasmessa l’informazione anche dalla stampa, può fare un certo effetto sulle persone. E questo effetto è un effetto di angoscia. Se io dicessi che su 8 milioni di tamponi, 7 milioni e 700.000 sono risultati negativi, l’effetto sarebbe di tutt’altra natura. Quindi, sulla base di questi dati, possiamo dire che l’epidemia esiste, ed esiste con questa dimensione: su 7 milioni di soggetti sottoposti a tampone, risulta positivo il 3-4% di loro. Il che significa che il 96-97% è negativo. E le cito un altro esempio, attraverso cui la parola può provocare l’angoscia.
Mi dica.
È l’uso ambiguo del termine “caso”. Il concetto di “caso” in medicina si riferisce al caso clinico, cioè dovrebbe essere riservato al sintomatico. Se io sono positivo asintomatico, finché rimango positivo asintomatico e lo sono perché solo si è accertato che lo sono, non posso essere ancora considerato “caso”. Altrimenti “caso” dovrebbe essere anche il positivo asintomatico che io non so essere positivo asintomatico. Finché io rimango asintomatico, non posso essere definito “caso”: divento caso clinico nel momento in cui mi ammalo. E la percentuale di positivi che si ammala è nell’ordine dello zero virgola qualcosa. Quindi di questo 3% che viene accertato come positivo, si ammala meno dell’1%. E di questo zero virgola qualcosa che si ammala, uno zero virgola zero zero muore. Il che significa che percentuali altissime restano negative, se sono positive non si ammalano, se si ammalano guariscono. Questo è quello che a me sembra, dai numeri del ministero della salute e non da un’opinione.
E invece, secondo lei cosa accade?
Di questo se ne fa una narrazione che non può che produrre angoscia. Questo vedo dal mio campo specialistico. Perché esiste una realtà, che è questo virus che circola. E il modo attraverso cui circola è dato da quei numeri. Poi esiste la narrazione, che non è più la realtà.
E cosa è?
È una presentazione della realtà, attraverso la parola. Io la posso presentare o fornendo il numero di chi rimane negativo, di chi non si ammala, oppure fornendo il numero di chi è positivo e di chi si ammala. E presentando solo questo io costruisco psicologicamente un fatto angoscioso.
Ma lei crede che questa produzione di angoscia possa avere un portato politico?
Io non mi permetto di dire che la cosa ha preso questa piega volutamente, non volutamente, per motivi politici. Non posso arrivare a questo tipo di analisi, perché sarebbe analizzare delle intenzioni. Posso benissimo non escluderlo. E posso dire che, nel periodo acuto, notavo la finalità del ricorso ai decreti di emergenza, che sono decreti di restrizione della libertà personale, e sono previsti dalla Costituzione.
Il decreto del presidente del consiglio e l’ordinanza del presidente della Regione.
Sì, sono atti politici ma al tempo stesso atti etici, e l’aspetto etico è ciò che garantisce che essi rimangano provvedimenti finalizzati alla tutela della salute, e quindi al contenimento del contagio. E qui penso che il meccanismo possa saltare.
Perché?
Perché l’essere umano è spesso insidiato da una pulsione di godimento. Cioè: è vero che io ti debba tutelare la salute, però siccome lo faccio ricorrendo ad un esercizio di un potere che è tutto nelle mie mani, io posso essere spinto a ricorrere a strumenti che sono sì apparentemente finalizzati al contenimento del contagio, ma diventano impercettibilmente atti che controllano la libertà più generale della persona. Con questo sto dicendo una modalità possibile, non che il nostro governatore o un altro lo faccia di sicuro intenzionalmente per questo. Ma dico che questo è un rischio.
Le chiedo un’ultima cosa: nella sua attività ha riscontrato effetti negativi del lockdown sulle persone, che potrebbero cumularsi ad ulteriori effetti, in caso di un ritorno di quella misura?
Gli effetti sicuramente ci sono stati, e ce ne sarebbero di peggiori con un secondo lockdown, che però io ritengo del tutto immotivato di fronte ai numeri.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)