L’Arcigay sfida i vandali: “Stupiremo coi nostri colori”

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L’atto vandalico che abbiamo scoperto nel fine settimana scorso ha scosso non poco ciascuno di noi e gran parte dell’opinione pubblica locale. Violentare uno spazio dove si coltivano diritti, tutele, aggregazione e servizi rivolti alla cittadinanza è sempre un fatto difficile da digerire, ma su cui è bene riflettere. Ed allora mi sono fatto molte domande in questi giorni: chi è perché dovrebbe aggredire la sede di una associazione? Chi e perché dovrebbe farci oggetto di attacco? Come rispondere a questo episodio, unico nel suo genere nella nostra città? Come detto più volte non sappiamo quale ne sia la matrice, se un danno frutto di un tentativo di furto o un atto dimostrativo. In entrambi i casi però, possiamo essere piuttosto certi che chi è entrato nella sede di Arcigay Salerno sapeva dove stava entrando. Lo sapeva perché si è introdotto in un vicolo secondario, dove insistono più locali adibiti a magazzino, lo sapeva perché la porta della sede è anonima come le altre e dunque ha scelto quella porta e non altre. Cosa speravano di trovare? O quale significato dare  questo gesto? Prescindendo dalla matrice, il gesto si è rivelato di una violenza inaudita: vandalizzare uno spazio, provocando danni ingenti, distruggere due porte e lanciare oggetti metallici contro le pareti, stracciare via manifesti e mettere a soqquadro , non sono atti di chi entra per rubare. Uno sfregio per non aver trovato nulla? Può darsi. Oppure chi è entrato si è sentito in diritto di distruggere uno spazio dedicato alle persone lgbti+? Se fosse entrato in un altro luogo, non connotato, avrebbe fatto lo stesso? Oppure si è accanito perché quella è “l’associazione dei ricchioni”? Ovviamente sono interrogativi a cui difficilmente troveremo risposta prima di aver trovato i responsabili. Questi fatti però ci spingono ad alcune analisi più generali: in un clima generalizzato di odio, di linguaggi violenti, di polarizzazione del confronto politico, di caccia al capro espiatorio di ogni male della nostra società, probabilmente fermentano rabbie e rancori che poi sfociano in un accanimento, più pericolosamente generalizzato, da parte di chiunque, anche senza una volontà dimostrativa e/o politicizzata, ritenga che si può aggredire il prossimo, ed i suoi spazi di democrazia e partecipazione, per il solo semplice fatto che l’altro, in questo caso le persone omosessuali e transessuali, è dipinto come inferiore, sbagliato.

Ed allora i fatti del fine settimana scorso assumono contorni ancor più inquietanti: lo scontro non è più tra soggetti della società individuabili e definibili come in altri momenti della nostra storia (fascisti contro comunisti, comunisti contro clericali, e così via), ma diventa un “tana libera tutti” che espone i più fragili alle angherie di chi sente di essere più forte. La preoccupazione diventa grande, perché chiunque di noi può diventare maggiormente oggetto di attacco, scherno, discriminazione e violenza. Le persone lgbti+ come le persone migranti, le persone con disabilità come le donne, le persone senza dimora come gli anziani. Chiunque domani mattina potrebbe decidere che c’è un luogo “inferiore” ad un altro e dunque può essere attaccato e vandalizzato. Come i negozi degli ebrei in epoca di leggi razziali. E non a caso si moltiplicano in questi mesi episodi analoghi a quello salernitano in giro per l’Italia, come si moltiplicano proclami e uscite pubbliche contro chiunque non sia allineato ad un certo schema sociale e culturale, ad una certa visione politica del mondo. Non ultimo il titolo del quotidiano “Libero” di oggi che, in un pericoloso nesso, collega le difficoltà economiche del nostro paese ad un presunto aumento della popolazione lgbti+. Un fatto gravissimo perché alimenta la teoria del capro espiatorio per la quale c’è qualcuno, di solito una minoranza, che è causa di ogni male del momento. Come Hitler creò gli ebrei quale capro espiatorio delle difficoltà della Germania, dopo il primo conflitto mondiale, polarizzando e recuperando consenso nel paese anche grazie a questa narrazione, così oggi qualcuno ci vuole vittime di violenza e discriminazione. Ancor più grave, se possibile, è che in questo nostro paese non esistano strumenti normativi a tutela delle persone lgbti+ contro atti di discriminazione di tale portata e violenza.

Attendiamo ancora una legge contro l’omotransfobia, impantanata intorno al dibattito sulla libertà di parola. Allora mi chiedo: è libertà di parola dire che è colpa dei gay se il pin scende? È colpa dei gay se la nostra economia arranca? Cosa produce nel paese questa assonanza? Il tutto in un silenzio che fa più paura delle parole. Il tutto in un silenzio che genera paura nella comunità lgbti+ ed in chi, come me, sente profonda la responsabilità per tutte le ragazze ed i ragazzi della nostra comunità ed associazione. Si, siamo preoccupati e ci sembra di essere tornati indietro di molte decine di anni.

Ed allora, se così stanno le cose, non ci piangeremo addosso, ma recupereremo la passione ed il coraggio di chi ci ha preceduto, di chi è morto per i diritti che abbiamo acquisito e che sono messi a rischio; lo faremo per le nostre vite, quelle dei nostri amici e dei nostri familiari, lo faremo gay ed etero perché le cittadinanze non hanno sesso, genere o orientamento sessuale. Torneremo in piazza, giorno per giorno, continueremo a resistere ed a lottare come nella lunga notte di Stonewall dove, esattamente cinquanta anni fa, tante e tanti si ribellarono alle violenze di stato. Così, la nostra risposta e quella di tutta Arcigay e del movimento lgbti+ italiano non può che essere su più fronti e senza soluzione di continuità: continuiamo a costruire e consolidare reti territoriali e prossimali che siano a difesa e tutela ma anche promotrici di iniziative, servizi, progetti, confronto; continuiamo a far nascere servizi e sportelli, luoghi di incontro; continuiamo ad intessere e consolidare relazioni con tutti i corpi sani della società civile, della cultura e della politica, perché ogni spazio non occupato da noi sarà occupato da chi vuole aggredirci; continuiamo a stare in piazza con i colori dei Pride che coloreranno l’Italia nei mesi di maggio, giugno e luglio.

Salerno, come lo scorso anno, avrà il suo Pride, la cui organizzazione inizierà in maniera più serrata a partire dal giorno 4 febbraio quando alle ore 19,00 ci ritroveremo presso la nostra sede per l’assemblea di organizzazione. Sarà un Pride di tutte e tutti, perché le lotte di rivendicazione di tutele e diritti non hanno proprietà e dunque abbiamo l’urgenza che siano sempre più lotte intersezionali, meticce, ibride e trasversali: dalla scuola al lavoro, dalla questione migranti alle donne, dalle disabilità ad ogni altro tema di confronto. Sarà un Pride coraggioso e gentile, un Pride festoso e allegro – non ci faremo deprimere né rinchiudere da chi ci vuole tristi ed impauriti. Sarà un Pride fatto con tutti i colori dei nostri affetti, i colori delle popolazioni migranti che abitano la nostra provincia, i colori di chi è più fragile, delle donne e degli uomini consapevoli che un mondo di eguaglianza è un mondo semplicemente più bello.

*L’autore è il presidente dell’Arcigay di Salerno