Ciclicamente ritorna il tema della «questione meridionale» nella storia dell’arte, grazie alla mancanza di una visione equa, o quanto meno più equilibrata, della disciplina che, invece, è parzialmente mutila nei manuali generali di storia dell’arte, liceali e universitari. Infatti, in essi è iperpresente l’arte dei grandi centri dell’Italia centro-settentrionale, ad esempio Firenze, Venezia, Roma, Milano, Ferrara, Bologna, Urbino, e pochissimo quella relativa al Sud del Bel Paese, e quasi del tutto assente l’arte in Sardegna, a parte quella preistorica dei nuraghi. È una questione antica, ma tuttora presente. Nonostante ciò, ci sono stati notevoli studi e contributi scientifici che in questi anni hanno fatto, in parte, giustizia di questo sbilanciamento tutto giocato a favore dell’Italia centro-settentrionale. La domanda è: quanto ancora oggi, anche se attenuata, permane di questa visione, parziale e snobistica, nei confronti degli studi storico-artistici del Mezzogiorno italiano e sull’arte prodotta nei secoli nel Sud d’Italia, specialmente nell’arco cronologico di tempo che va dal medioevo al XIX secolo? La risposta la fornisce il professore Francesco Abbate nell’Editoriale dell’ultimo numero della rivista L’Officina di Efesto, organo del Centro Studi sulla Civiltà Artistica dell’Italia Meridionale “Giovanni Previtali”, in corso di stampa. Egli ci ricorda che la «questione meridionale» nel campo della storia dell’arte italiana per certi versi ancora esiste, ma è snobisticamente “soggettiva” e che, invece, la realtà obiettiva è data da un notevole sviluppo degli studi, da oltre mezzo secolo, che hanno fatto giustizia di luoghi comuni e fatto conoscere “nuovi” territori, oggi meglio esplorati dai ricercatori. Nonostante ciò, permangono aree di studio e temi che non hanno avuto un’eco e una presenza nei manuali generali di storia dell’arte, come invece meriterebbero. Mi riferisco, in particolare alla scultura in legno policromato di età moderna. Tantissimi sono stati gli studi che hanno riportato in luce un diffuso ed enorme tesoro, seminascosto nelle chiese, di opere d’arte in legno policromato, soprattutto dal Rinascimento all’Ottocento. Ma la scultura in legno, al di là di pregevoli studi specialistici, sempre più numerosi in questi ultimi anni, ancora non trova una propria giusta collocazione, o presenza, nella manualistica generale storico-artistica italiana. I manuali di storia dell’arte non citano Maestri come, ad esempio, Giacomo Colombo, Nicola Fumo, Francesco e Giuseppe Picano, Domenico Di Nardo, Domenico Di Venuta, Michele Perrone e tanti altri scultori che operarono soprattutto tra il Sei e il Settecento. Molti di loro sono presenti con veri e propri capolavori nelle nostre chiese, come il Colombo con il gruppo ligneo della Pietà nella Collegiata di Eboli, il S. Pietro in Cattedra a Serre o il gruppo dell’Annunciazione a Sant’Arsenio. Ma i nostri studenti italiani liceali conoscono questi autori e queste opere? Sui loro manuali scolastici si parla della scultura in legno o del “Presepe” napoletano del Settecento? Si parla dell’arte, per esempio del Seicento, a Sud di Napoli? Sono domande che esigono risposte. Vanno girate agli storici dell’arte, a coloro che scrivono i manuali per i licei e le università dell’intero territorio italiano. Oggi, con lo scellerato taglio dell’insegnamento della disciplina storico-artistica da diversi settori formativi della scuola, attraverso discutibilissime scelte ministeriali più o meno recenti, c’è il serio pericolo che anche il nostro patrimonio culturale nel giro di qualche decennio finirà con l’essere distrutto dall’incuria, dal silenzio, dal vandalismo ignorante. Bernard Berenson, un grande storico dell’arte del Novecento, scrisse che ogni «individuo che sente il bisogno d’una società umana deve imparare ad assumere la propria responsabilità nei riguardi dell’arte quasi quanto nei riguardi della vita». Ma questo lo si potrà fare solo nella scuola e attraverso l’insegnamento della storia dell’arte. Berenson scriveva molti decenni fa…