L’arte di Dalì a Matera 19

Profonda unicità nel rapporto tra l'artista e la città: un allestimento per gli organizzatori non agevole, ma certamente da vistare

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L’”Elefante spaziale”, il “Piano surrealista” e la “Danza del tempo 2” sono le tre sculture monumentali di bronzo, montate nel centro storico, rispettivamente nelle piazze Vittorio Veneto e San F rancesco d’Assisi e in via Madonna di Fatima (Sassi).
La prima immagine dell’«Elefante», fantastica creatura dalle zampe esilissime (come i baffi del pittore), è del 1946, quando Dalì la introdusse nel celeberrimo quadro “La tentazione di Sant’Antonio”; poi, la prima fusione della scultura alta più di sette metri si avrà nel 1980. Nel «Piano», concepita nel 1954 e fusa nel bronzo anch’essa più di trent’anni dopo, le quattro gambe di legno del pianoforte a coda sono sostituite da altrettante, seducenti gambe femminili che sorreggono una figura alata. La terza (1979), alta tre metri, raffigura un orologio da tasca pronto a scivolare con i ritmi di Kronos.

È, poi, nel cuore dei Sassi, che il complesso rupestre di Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci ospita ben 200 altre testimonianze del lavoro artistico meno noto di Salvador Dalì: ancora sculture di minori dimensioni, manufatti in vetro (frutto, in massima parte, della sua collaborazione artistica con la prestigiosa vetreria francese Daum Cristallerie), arredi, libri illustrati, disegni e foto e molto altro, utile a testimoniare della poliedricità e dell’eclettismo (fu anche scrittore, cineasta, sceneggiatore) del maestro catalano – pure se non andrebbe mai celato che Figueres, luogo natale del marchese di Dalí de Púbola, per poco non ghermisce il confine francese a sudovest -.
La mostra «Salvador Dalì–La Persistenza degli Opposti», promossa e organizzata da Dalí Universe (fondata da Beniamino Levi, il collezionista italiano che fu vicino a Dalí dagli anni Sessanta), con il Circolo La Scaletta e il Comune di Matera, esibisce appieno il dualismo concettuale e filosofico, razionale ed irrazionale dell’artista, attraverso quattro tematiche: del «Tempo», in primo luogo: come è risaputo, sopraffatto dalla relatività, Dalì ha sempre affrontato lo sgomento per i giorni che trascorrono e l’ansia per la morte in chiave patologica e con un metodo paranoico-critico; dell’«Involucro» (il contrasto tra il fuori e il dentro, con l’esterno costruito ad arte per proteggere con durezza la più nascosta psiche, molle e vulnerabile); della «Religione» – la dialettica tra scienza e fede e la mistica post atomica che dal 1945 assale l’artista-; della «Metamorfosi», della realtà in surrealtà, figlia del rapporto tra mondo reale e universo onirico.
C’è unicità nel rapporto Dalì-Matera: se il primo ha ispirato la sua arte ai motivo degli opposti tra pieno e vuoto, ci troviamo (ci troveremo fino alla fine del 2019) in un complesso rupestre dove, come osserva Patrizia Mainardi, responsabile della DU, «c’è una scultura naturale che è appunto un pieno e c’è da scoprire la vita interna a questo complesso che è fatta di emozioni e di preghiere», di religioni e di tempo. Tutti temi affrontanti da Dalì».
Ologrammi e proiezioni tridimensionali, video mapping e realtà virtuale integrano, nella realizzazione della società (napoletana) Phantasya, il percorso espositivo, permettendo una esperienza immersiva dell’arte di Dalì. Un allestimento non agevole, per Roberto Pantè, direttore artistico della mostra, innanzitutto per la morfologia millenaria del museo che si sviluppa su tre livelli.

(1 – continua)