Le antiche preghiere riscritte da Nastri nella lingua di Bovio e Di Giacomo

È uscito per "Areablu" il nuovo libro del giornalista salernitano: suppliche e invocazioni di quanti si rivolgono a Dio, alla Madonna e ai santi, potenziate dalla efficace trasposizione in un’area semantica complessa e vernacolare, più o meno contigua all’idioma italico, ma ricchissima di influenze e prestiti ottenuti dai tanti popoli che hanno dominato il Mezzogiorno nei secoli. Anticipiamo per i lettori di SalernoSera la prefazione di Andrea Manzi

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Sigismondo Nastri (a destra) con il grande giornalista Gaetano Afeltra, anch'egli nato ad Amalfi

È uscito per le edizioni “Areablu” il libro “Ammènne”, preghiera in napoletano di Sigismondo Nastri, noto giornalista e saggista, decano dei cronisti salernitani. Nastri è, tra l’altro,  autore di numerosi saggi storici riferiti al territorio salernitano. L’elegante e prezioso volume sarà presentato prossimamente nel corso di alcune manifestazioni primaverili ed estive, soprattutto in Costiera amalfitana, dove l’autore ha sempre vissuto. Pubblichiamo, di seguito, la prefazione al volume scritta da Andrea Manzi. 

L’autore del libro Sigismondo Nastri

L’invenzione letteraria di Sigismondo Nastri – tradurre in lingua napoletana le preghiere della nostra tradizione e soprattutto della nostra infanzia – pone un interrogativo metalinguistico ed esistenziale: la “lotta di liberazione e di salvezza”, di cui parlava David Maria Turoldo, che pervade d’invincibile piglio battagliero, oltre che di senso compiuto, suppliche e invocazioni di quanti si rivolgono a Dio, alla Madonna e ai santi, risulta potenziata o attutita dalla efficace trasposizione in un’area semantica complessa e vernacolare, più o meno contigua all’idioma italico, ma ricchissima di influenze e prestiti ottenuti dai tanti popoli che hanno dominato il Mezzogiorno nei secoli? La corposa tradizione letteraria di questa lingua – perché di lingua si tratta, con una sua grammatica, una sua sintassi e i suoi costrutti logici – nella quale la dolcezza delle sonorità arabe e greche si fonde con gli aspri accenti anglosassoni, francesi e latini – questi ultimi autentici timbri marca-origine della gergalità romanza – potenzia la capacità del segno linguistico di penetrare il mistero insondabile del Verbo divino, affilando quest’arma di salvezza e riscatto – il logos, appunto – che traduce, per chi crede, l’atto di fede in un colloquio risanatore. Si prega, d’altra parte, con le parole dell’anima, che affiorano dagli abissi di un universo indicibile – il cuore – per poi rimanere, spesso, rintanate tra le labbra, sonoramente mute, prigioniere della vertiginosa relazione tra uomo e divino. Sono voci profonde che, attraverso l’orecchio, cullano le inquietudini dello spirito e che, nella rimodulazione linguistica di Sigismondo Nastri, sussurrano armonie celesti, confuse con gli echi di dialoghi umani, remoti, pregni della perdizione dei giorni d’infanzia, quando la scuola e il cortile ci fornivano le “armi” dialettiche per confronti tra coetanei disincantati e liberi. Il napoletano è stato la lingua delle nostre prime lotte, della solitudine giovanile liberata nella “rotonda spigolosità” di parole dure, dirette; parole imbevute di attese e risentimenti, buone per le preghiere che pretendono di essere esaudite, prima di ogni lode e invocazione. È la fucina dei motti di spirito da noi pudicamente negati all’ufficialità della vita, pronunciati lontano da casa e da scuola, buoni per (tra)scendere, agguerriti, in accanite battaglie pomeridiane. Un mondo caotico, pulsante, inconfessabile, ma verace e autentico, più di quello “reale” e “razionale”; per questo non avremmo mai pensato di cercare proprio qui, nel disordine, lontani da ogni regola e convenzione sociale, la presenza di Dio, di poter levare le braccia e lo sguardo verso l’alto e dirgli, a tu per tu, da adulti sfrontati,  «Pate, ca sì’ ‘o Pate ‘e tutte quante / e staje llà ‘ncielo …», in un incipit drammaturgico del Padrenostro che Sigismondo Nastri rende con visivo vigore partenopeo. Il Padre sembra così avvicinarsi a noi e noi a Lui, come Lucariello al presepe: le parole appaiono nude e luminose, quali comete vaganti, per illuminare i campi della nostra esistenza tormentata. L’Invisibile scende fino a noi, ci raggiunge nell’album dei nostri atti quotidiani, penetra i fotogrammi delle nostre mondane adorazioni e li proietta sulla vetrata della nostra esistenza, mescolandoli in un caleidoscopio di cromatismi sfumati. Prodigi del technicolor, armonie stereofoniche d’altissima definizione: «… Santa Maria ca si’ ‘a Mamma ‘e Ddio, / preje pe’ nuje peccature, / mo e quanno stammo / llà llà pe’ murì»: è vicina a noi la Vergine, ci si accosta alla fronte, ci bacia come figli feriti e confusi. La taumaturgica parlata napoletana ci restituisce una Madonna viva, amica e mamma, “chiena d’‘a grazzia ‘e Dio”, colma per noi di desiderio di pace, senza la collera muta della quale talvolta grondano le preghiere in lingua italiana, chiuse nel loro sterile e avvizzito bozzolo. La differenza è quanto mai evidente: invece di «Salve Regina, madre di misericordia…», risuona, potente, un «Nuje te salutammo, / Riggina, / mamma ‘e misericordia…». Le parole si arrotondano, diventano carne e rendono tangibile il grembo materno che ci accoglie, ci protegge, nel disvelamento lieve di radure abitabili. È il grembo di una mamma che ci apre le porte della sua dimora inviolabile, non di una Madre sacra che ci scruta e intimorisce.

La copertina del volume edito da “Areablu”

È superfluo sottolineare come tale operazione letteraria non si riassuma nel versare segni su segni, pantografando figure e orizzonti di senso: se fosse così, la traduzione sarebbe un’attività meccanica, una branca del linguaggio computazionale. Ci troviamo immersi, invece, nell’avvincente perimetro di un libero processo d’interpretazione. Tradurre, in questo frangente, è più che mai un’attività creativa e Sigismondo Nastri mantiene e trattiene i significati originari facendoli risuonare in un’evoluzione del segno che assume forme diverse e si arricchisce di suoni inediti. In queste sonorità della “sua” lingua ritroviamo l’eco di spiritualità mediterranee, la memoria, i costumi e l’ambiente di una terra che è affresco di civiltà.

Tra tutte le preghiere tradotte ve n’è una particolarmente significativa ed emblematica, “Priéra a sant’Andrea apostolo”, scritta e letta nella cattedrale di Amalfi la sera del 30 dicembre 2016, in occasione del premio “Amalfi e il suo Apostolo – Ponte tra Oriente e Occidente”, conferito a Nastri per i suoi meriti giornalistici e civili. È un’invocazione al protettore della città che recupera, in una sintesi tacitiana, la traccia evangelica del santo e la traspone in un universo intriso di insidie e disseminato di trappole, nel quale vivono «tutte ‘e amalfitane sparpagliate p’ ‘o munno». Una supplica filiale e accorata affinché si possano accettare i patimenti di questa terra: «Sulo accussì, co’ l’ajuto tuio beneditto, / ce putimmo meretà’ ‘o bene perfetto e aterno / d’ ‘o Paraviso. / Ammènne».
La preghiera, come è facile osservare da questi versi, nasce dallo smarrimento degli uomini in balia delle avversità, dal loro bisogno di Dio, dalla ricerca di una relazione con Lui. Ma la difficoltà di ogni uomo – come insegna il Vangelo – consiste proprio nell’imparare il modo in cui coltivare questo rapporto autentico: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (Lc 11, 1). I versi di Nastri sembrano essere sospinti da tale aspirazione, nell’intento di affidare a una lingua più verace e pregnante l’anelito di quanti cercano nelle antiche parole della fede popolare la guida del proprio spirito inquieto. Così lodi, adorazioni, suppliche, litanie e benedizioni circolano su una strada nuova e, allo stesso tempo, antica, perché interna alle più remote civiltà della storia tour court. Un’esplorazione del senso di Dio con la forza di una lingua che si rapprende nelle parole e nelle formule della tradizione orante per appagare la nostra sete di divino e che indossa, invocando la grazia, l’habitus lessicale di Salvatore Di Giacomo e Libero Bovio.

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