Le belle bandiere dell’unità possibile

La riflessione: no nazionalismi ma il richiamo alla condivisione

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Cominciano a comparire ai balconi di alcuni comuni della provincia di Salerno le prime bandiere con il tricolore. È chiaro che sono collegate al momento che l’intera popolazione presente in Italia sta vivendo. Ed è chiaro che si tratta di un modo che alcune persone stanno scegliendo per richiamarsi ad un’idea di unità e di comunanza di destino.
In questo caso, le bandiere, evidentemente, non hanno un significato nazionalistico, ma vogliono richiamare ad una situazione condivisa e alla necessità di affrontare una situazione così difficile in maniera collettiva: necessariamente collettiva. Chi sta esponendo le bandiere ai balconi sta richiamando alla responsabilità individuale e collettiva e ad un sentimento di compartecipazione che è, evidentemente, richiesto dal virus che si sta affrontando, in modo da ridurre il più possibile i contatti e, quindi, i contagi. In questo senso, siamo di fronte a un richiamo ad un sentimento collettivo che trova in un simbolo, come quello della bandiera della repubblica italiana, un punto di riferimento sintetico attraverso cui manifestarsi.
Questo ci ricorda quanto i simboli possano essere rilevanti nelle società in cui viviamo, che sono società di massa, che, di fronte alla loro complessità, hanno bisogno di riduzioni, che, spesso, si trasformano in banalizzazioni, semplificazioni o, anche, capovolgimenti della realtà. In questa situazione, invece, siamo di fronte a duna riduzione che condensa in sé sentimenti e modalità di comportamento. I sentimenti sono quelli di una collettività in cui è necessario ritrovarsi; i comportamenti sono quelli che devono rispondere e corrispondere ad una serie di regole. Il sentimento di partecipazione collettiva e quello di responsabilità individuale in questo caso compongono un agire comunitario, quel tipo di agire orientato verso un bene considerato comune.
C’è, quindi, in questo momento, un’esaltazione del comune, di ciò che è comune alla vita umana e questo comune è costituito dalla difesa della vita. Se in altri momenti, come accade solitamente, questo comune è attraversato da linee di frattura, che possono essere di tipo sociale, politico o economico, collegate ad interessi contrapposti tra loro, e così la costruzione del comune risulta essere necessariamente di tipo conflittuale, in questo caso, invece, la costruzione del comune tende ad assumere i caratteri di una cooperazione condivisa. Le bandiere con il tricolore, allora, diventano l’espressione di questa volontà di condivisione. Sono un invito.
Evidentemente, esse vanno oltre l’appartenenza nazionale, ma coinvolgono complessivamente la popolazione in questo momento presente sul territorio. La maniera in cui si deve affrontare il coronavirus ci ricorda quanto il tema della cittadinanza su base nazionale sia assolutamente insufficiente per affrontare crisi di questa portata. Queste crisi, come quelle collegate alla diffusione di un virus, riguardano la popolazione nel suo insieme, dove per popolazione si intende chi, in un momento preciso, si ritrova con il proprio corpo a vivere concretamente in un territorio, al di là della cittadinanza a cui appartiene e della sua nazionalità.
Verso e contro il coronavirus sono chiamate tutte le persone che abitano in Italia: la situazione la stiamo affrontando insieme, nazionali e non nazionali, autoctoni e immigrati, italiani e stranieri. Ed è, in questo senso, evidente quanto queste fratture e frontiere, che sono politiche, simboliche e materia di propaganda, siano incapaci e inutili nel momento che stiamo vivendo, evidenziando, in termini più ampi, quanto la costruzione del comune, e del bene comune, deve necessariamente superare le frontiere fondate sulla nazionalità e andare verso il riconoscimento della cittadinanza non più fondato sulla nazionalità ma sulla comune coesistenza e sulla comune umanità.
È una lezione che drammaticamente stiamo vivendo e che non ci parla solo del presente, ma ci parla anche del prossimo futuro, nel quale bisognerà mettere mano a tutto ciò che il coronavirus ha mostrato di non essere tutelato: dalla sanità pubblica al sostegno ai mondi del lavoro precario e autonomo, compreso tutto ciò che non aiuta la cooperazione sociale, tra cui tutte le divisioni fondate sull’appartenenza nazionale contro i non nazionali. Si tratta di un invito a superare le forme del pensiero di Stato e quelle del razzismo di Stato e a costruire politiche che, muovendo dal riconoscimento di questa comunanza di umanità, che si sta dimostrando, sebbene in maniera violenta, in questi giorni, possa ricostruire le forme della democrazia e delle cooperazione sociale. In questo senso, senza retorica, la crisi è anche un’opportunità, altrimenti è pura gestione dell’emergenza che, una volta superata, spera, vanamente, di ripristinare il mondo di prima. È palese che questo non potrà accadere.
Il coronavirus sta introducendo una frattura dentro la storia umana, sicuramente nella storie delle popolazioni che maggiormente ne sono colpite, in termini di vite, contagi, blocco della produzione, cambiamenti degli stili di vita e dei modi di stare insieme. Tra queste popolazioni vi è sicuramente anche quella italiana e, molto probabilmente, quella europea, che dovranno registrare i cambiamenti che sono già in corso e farlo anche dal lato delle politiche sociali, economiche e sanitarie.
Nel recupero della centralità del comune e della comune umanità si sta dimostrando anche quanto le regole economiche dei trattati europei possano essere nuovamente sottoposto al comando della politica. Certo, questo non può farlo un solo Stato, ma si sta verificando che, volendo, l’Unione Europea ha le possibilità di rivedere in maniera drastica i vincoli economico-finanziari presenti nei suoi trattati. Si sta vedendo come questi vincoli sono l’esito di decisioni politiche, dunque oggi possono essere di un certo tipo, domani possono cambiare attraverso una diversa scelta. Se sostenute da adeguate politiche monetarie e finanziarie, nuove decisioni politiche possono anche reggere i contraccolpi speculativi sulle borse ed i mercati globali e, quindi, alimentare un processo di transizione verso azioni e misure che siano maggiormente a tutela delle popolazioni (e degli ecosistemi) e non più centrate sugli interessi della finanza e della speculazione.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)