Le Scritture per non dimenticare

Solo la parola di Dio può dare la forza per agire con coerenza ed evitare di ripetere errori che la storia ha già registrato e che hanno lasciato segni profondissimi nella coscienza nazionale

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Ricordare significa tracciare una strada verso il futuro e impegnarsi perché solo in un mondo in pace e disposto a garantire giustizia a tutti si può prevenire il ripetersi degli errori e dei terribili crimini del passato.
Nelle Scritture di questa domenica si legge: “se volete conoscermi osservate come agisco” e il libro di Neemia asserisce che solo la parola di Dio può essere artefice della ricostruzione di un popolo tornato dall’esilio e ancora frastornato e disorientato. Il vangelo presenta Gesù nella sinagoga del suo paese impegnato non a fare discorsi teorici o esortativi. Egli annunzia ad uomini curiosi e diffidenti la buona novella di un mondo nuovo. Le sue sono parole di salvezza per chi si sente stanco della vita o si percepisce vittima di soprusi; ridanno forza per lottare, aprono alla speranza i tanti poveri, ciechi, oppressi, prigionieri vittime della storia. Il suo annuncio è efficace perché non s’interroga se il prigioniero sia buono o cattivo; opera dove è presente il dolore per il piacere della grazia, senza calcoli o compensi per meriti acquisiti perché Dio è sempre in favore dell’uomo, mai contro.

Le leggi razziali, un abominio che non va dimenticato, affinché quella storia non si ripeta

La liturgia sorprende per il tempismo nel rispondere agli interrogativi posti dalla giornata della memoria. Lager e logica dello sterminio sono un crimine contro la diversità umana; interessano tutti noi, non solo gli ebrei. È una ferita per l’intera Europa, che non può dimenticare la macchia e il tormento di una coscienza impegnata a ravvivare la memoria contro revisionismi e negazionismi. Occorre parlare di Auschwitz senza ridimensionare o banalizzare l’evento. Nonostante l’olocausto, ha vinto la speranza perché un ebreo, Gesù, è venuto a portare Dio ai lontani e il suo Vangelo non intende inculcare una nuova morale, ma annunciare che il Signore mette al centro l’uomo per liberarlo da tutte le oppressioni.
Episodi di cronaca della settimana appena trascorsa dimostrano quanto sia necessario irrobustire il ricordo e sollecitare coerenza. A gennaio del 1939 gli italiani di religione israelitica e di origine ebraica cominciarono a subire le conseguenze delle “leggi razziali” varate l’anno precedente. Dopo ottant’anni un senatore cinquestelle cincischia con la storia per propagandare un libro in salsa antisemita e così incoccia contro il muro de “I Protocolli dei Savi di Sion” dimenticando che è un falso.
Un corazziere di pelle scura in uniforme di gala é schierato ad accogliere Salvini per la Giornata della memoria, felice decisione contro le discriminazioni, risposta protocollare alla subcultura razzista nel paese, che si riconosce in un figuro leghista il quale nel palazzo del governo ha trapiantato uno stile plebeo endemicamente ringhioso.
A Davos sofisticate analisi del rapporto Oxfam “Bene pubblico o ricchezza privata” confermano che i paperoni nel mondo sono sempre più ricchi, classifica dell’opulenza nella quale l’Italia non sfigura se il 5% più ricco è titolare di una quota di beni pari a quella posseduta dal 90% più povero e nel mondo 26 ultramiliardari possiedono quanto la metà povera della popolazione. Mentre solo 4 centesimi per dollaro raccolto dal fisco provengono dalle imposte patrimoniali, circa diecimila persone al giorno muoiono per mancanza di servizi sanitari e 262 milioni di bambini non possono andare a scuola, poveri cristi crocefissi dall’egoismo umano, pronto a innalzare muri per nuovi campi di concentramento.
Ecco perché il Crocifisso è ancora una icona di estrema attualità; ha animato una rivoluzione che ha radicato l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini. Muto e silenzioso, non discrimina; per i cristiani simbolo religioso; per altri niente. Non offende gli ebrei essendo uno di loro, perseguitato e martirizzato come milioni nei lager. Il crocifisso è il segno del dolore umano e della solitudine nella morte, immagine di uno venduto, tradito, martoriato per amore di Dio. Gli atei vi si possono riconoscere perché è morto anche per il prossimo; rappresenta tutti perché prima nessuno aveva detto che gli uomini sono uguali ponendo al centro della nostra esistenza la solidarietà.