Le vite spezzate di Pagani

Spostate persone con preavvisi di 48 ore, strappandole all'improvviso alle amicizie, agli affetti, ai contatti di lavoro, ai percorsi scolastici costruiti nel territorio in cui stavano vivendo

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Il trasferimento di 40 persone da un centro di accoglienza a Pagani ad altri centri di accoglienza tra Eboli e Capaccio, ad 80 km di distanza, evidenzia quanto sia freddo, formalistico, burocratico, indifferente alle persone il sistema di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati in Italia.
Non un insieme di servizi per rispondere ai bisogni di una popolazione con caratteristiche in parte specifiche, non fosse altro perché passata per lunghi viaggi e, spesso, esperienze gravi di traumi e privazioni, ma un insieme di contenitori in cui tenere dei numeri, delle pratiche, dei fastidi.
L’Italia è obbligata dalle sue stesse leggi, in parte derivanti dal diritto internazionale e in parte dalla Costituzione repubblicana, ad organizzare l’accoglienza per le persone che chiedono asilo. Purtroppo, negli anni in cui questo sistema è stato implementato, in particolare dal 2011 con la cosiddetta Emergenza Nord Africa, si è messo al centro la logica dell’emergenza, lasciando ai margini quella dei bisogni sociali e dei diritti soggettivi.
Seguendo questa logica, si spostano le persone con preavvisi di 48 ore. Persone che, all’improvviso, si vedono strappate alle amicizie, agli affetti, ai contatti di lavoro, ai percorsi scolastici, formativi o universitari costruiti nel territorio in cui stanno vivendo per essere trasferite altrove, lontano, spesso lontanissimo.
Tutto viene spezzato. E, poi, abbiamo ancora il coraggio di parlare di integrazione o inclusione sociale?
Le persone si impegnano, si organizzano, si danno da fare. E una procedura burocratica le azzera. Dicendo loro: “voi siete solo una pratica burocratica, un problema da risolvere, un numero da spostare”. Questo siete. E solo questo.