L’economia post Covid è bio

No a ricette liberiste, Comuni e Regione promuovano un uso razionale delle risorse

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La recessione economica innescata dalla pandemia di Covid 19 fa compiere numerose giravolte culturali, ripensamenti e talvolta ammissioni di colpa per il ceto dirigente occidentale, che ha aderito in maniera fideistica al dogma del capitalismo neoliberista. È possibile che in questi ripensamenti ed ammissioni di colpa si possa aprire un dibattito politico pubblico circa le evidenti e note contraddizione del capitalismo stesso? In un pianeta dalle risorse finite, noi tutti ci definiamo sapiens mentre si continuano a distruggere ecosistemi per soddisfare i capricci di una teologia basata sulla crescita continua della produttività? Può definirsi onesto e giusto il mondo occidentale che contempla zone con giurisdizioni segrete (aree off-shore per sottrarre soldi agli Stati)? Può definirsi civile una comunità di Nazioni (l’UE) che attraverso la fede capitalista crea disuguaglianze economiche e sociali attraverso il controllo diretto e indiretto degli investimenti? Il fatto che il capitalismo sia una religione difettosa e piena di contraddizioni è noto da secoli, ma bisogna riconoscere che le evidenze scientifiche, circa l’auto distruzione degli habitat naturali per aderire a una fede molto pericolosa e scorretta, sono più recenti. La legge dell’entropia è vecchia ma la riscrittura della funzione della produzione è più recente (anni ’70 del Nov., Nicholas Georgescu-Roegen). Per uscire dal piano ideologico sbagliato non c’è bisogno di una rivoluzione, ma ripesare i criteri guida degli investimenti circa programmi, piani e progetti. Alcune imprese e istituzioni politiche locali, nel mondo, stanno sperimentando processi produttivi e decisionali non propriamente capitalisti poiché tengono conto degli effetti negativi dell’entropia e degli impatti sociali. L’approccio pragmatico è la valutazione degli investimenti industriali e civili, cioè dove, come e perché si investe su un territorio, e in base a quali risultati attesi. Nell’economia neoclassica l’investimento deve essere remunerativo, cioè gli indicatori misurano la reddittività mentre nel paradigma bioeconomico, oltre alla sostenibilità economica si misurano gli impatti ambientali e sociali, cioè l’utilità reale dell’investimento che deve portare benefici alle persone del territorio senza depauperare le risorse locali. Indicatori e criteri per una valutazione bioeconomica sono più recenti, e probabilmente nessuna istituzione locale italiana adotta questo modo di pensare. Durante questa recessione economica, le istituzioni europee e italiane stanno accettando l’idea di un ritorno alle politiche keynesiane, che in quanto tali non sono garanzia di qualità degli investimenti, ma è un ripensando utile affinché lo Stato torni a intervenire nel famigerato mercato. Il vero salto culturale è approdare sul piano bioeconomico, ma il ceto politico non è culturalmente pronto. Nonostante ciò possiamo stimolare le istituzioni locali sul fatto che il salto è necessario e non più procrastinabile nel tempo, perché i tassi di disoccupazione nel Mezzogiorno d’Italia sono ancora molto alti e immorali. Visto che un ritorno all’approccio keynesiano è quasi realtà, forse sarebbe opportuno, saggio e intelligente, da parte di Regioni e Comuni, compiere il salto sull’approccio bieconomico perché crea maggiori posti di lavoro rispetto al tradizionale capitalismo. La bioeconomia osserva la realtà: il territorio e le risorse disponibili, e mette in relazione gli abitanti con l’impiego di tecnologie innovative per usare razionalmente l’energia, ma rispettando la storia e l’identità dei luoghi. Si tratta di un approccio qualitativo e non più meramente quantitativo, ciò che conta è il come si fanno le cose e non farle e basta. Osservando il nostro Sistema Locale del Lavoro, si possono immaginare e programmare investimenti per aggiustare i danni causati dal capitalismo pensando a un piano intercomunale bioeconomico. Il piano bioeconomico può rigenerare l’area urbana estesa e ripensare le agglomerazioni industriali attirando investimenti per la manifattura leggera. Il piano, che coinvolge direttamente abitanti e imprese, può guidare gli investimenti per un ritorno utile a tutti, e può creare un enorme indotto occupazionale che aggredisce l’alto tasso di disoccupazione, oltreché intaccare anche l’elevato numero di inattivi. Se si vuole, si può!

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)